Tutti i pazienti con epatite C in dialisi possono essere trattati con gli antivirali di nuova generazione e le nuove molecole sono efficaci al 100% anche per solo 8 settimane. Lo suggeriscono i dati presentati da Marcello Persico, direttore dell’unità di Clinica Medica ed Epatologia dell’azienda ospedaliera universitaria San Giovanni di Dio Ruggi d’Aragona di Salerno, al congresso dell’Associazione europea per gli studi sul fegato (Easl), in corso a Parigi.
“Già da oltre un anno i nuovi antivirali contro l’epatite C – ha spiegato Persico nel corso di un focus sull’infezione dedicato alla stampa e organizzato da AbbVie – in particolare due, sono utilizzati nei pazienti con insufficienza renale cronica anche in dialisi. La grande novità è che mentre prima questi farmaci erano usati solo per pazienti con genotipo 1 e 4, oggi con il nuovo farmaco Glecaprevir/Pibrentasvir sul mercato, la terapia può essere utilizzata su tutti i genotipi”.
“E, come indica lo studio presentato a questo congresso – prosegue l’esperto – risulta efficace nei pazienti con insufficienza renale cronica ed epatite cronica non cirrotica anche per solo 8 settimane. Grande vantaggio per i pazienti difficili che, con le vecchie terapie, non si potevano trattare per gli effetti collaterali legati all’interferone e alla ribavirina”.
Nel corso del focus si è parlato anche delle scelta di curare l’infezione prima oppure dopo il trapianto di rene. I nuovi farmaci, infatti, grazie alla possibilità di eradicare il virus, rendono possibile anche l’uso di organi positivi all’Hcv, con il vantaggio di ridurre le liste d’attesa. “Esistono pro e contro – spiega Persico – nella possibilità di trattare con anti epatite C i pazienti in attesa di trapianto di reni. Stabilita la straordinaria efficacia dei farmaci, va sottolineato che, sebbene potrebbe essere utile per ridurre le liste d’attesa, trattare i pazienti dopo il trapianto utilizzando anche reni hcv positivi, è pur vero che, dall’altro canto, curarli prima significherebbe evitare i controlli successivi. E quindi diminuire la spesa per i pazienti i dialisi”.
“Nel nostro Paese – sostiene – il comportamento non è univoco. La politica del trattamento post, consentendo ai medici di utilizzare anche organi positivi all’Hcv, negli Usa ha ridotto di tre volte il numero dei pazienti in lista d’attesa. E questo è un indubbio vantaggio. Ma il dibattito è aperto. Bisognerebbe sedersi attorno a un tavolo con le istituzioni e cercare di dare indicazioni univoche sul territorio nazionale”, conclude.
