L’osteoartrosi è un effetto collaterale comune dell’obesità ed è stata a lungo considerata come una conseguenza dello stress eccessivo sulle articolazioni. Ma ora i ricercatori dell’University of Rochester forniscono le prime prove che i batteri nell’intestino – regolati dall’alimentazione – potrebbero essere la forza trainante principale dell’osteoartrosi.
Il team di ricercatori ha nutrito dei topi con un’alimentazione ad alto contenuto di grassi, che dopo 12 settimane ha reso gli animali obesi e diabetici, quasi raddoppiando la percentuale del grasso corporeo rispetto a topi a cui veniva somministrata una dieta salutare con pochi grassi. I loro colon erano dominati da batteri pro-infiammatori ed erano quasi completamente privi di alcuni batteri benefici, come i bifidobatteri tipici degli yogurt.

In maniera sorprendente, gli effetti dell’obesità sui batteri intestinali, l’infiammazione e l’osteoartrosi erano completamente evitati quando la dieta ad alto contenuto di grassi era integrata con un prebiotico comune, l’oligofruttosio. La cartilagine dei topi obesi che lo integravano era identica a quella dei topi magri.
L’oligofruttosio rendeva i topi anche meno diabetici, ma non riusciva a far perder loro peso. I topi restavano, quindi, obesi, portando lo stesso carico sulle articolazioni, che erano però più sane. La semplice riduzione dell’infiammazione era sufficiente per proteggere la cartilagine dalla degradazione, sostenendo l’idea che l’infiammazione, e non le forze biomeccaniche, guidano l’osteoartrosi e la degradazione della cartilagine.
Anche se ci sono parallelismi tra il microbioma umano e quello dei topi, i batteri che proteggevano i topi dall’osteoartrosi potrebbero essere diversi dai batteri che potrebbero aiutare gli umani. I ricercatori si impegnano, quindi, in ulteriori studi sugli uomini. Il Dott. Eric Schott, autore principale dello studio, ha concluso: “Non ci sono trattamenti che possano rallentare la progressione dell’osteoartrosi e niente che la possa invertire. Ma questo studio prepara il terreno per sviluppare terapie indirizzate al microbioma per trattare la malattia”.