Accadde oggi: il 23 maggio 1498 veniva arso sul rogo Girolamo Savonarola

Il frate domenicano Girolamo Savonarola fu arso sul rogo assieme a due confratelli il 23 maggio 1498 a Firenze per le sue radicali idee di riforma dei costumi civili e religiosi che gli valsero l’accusa di eresia da parte della Chiesa.

Giunge al convento di San Marco, a Firenze, nel 1490. Ha 38 anni, è un frate domenicano originario di Ferrara che ha già vissuto e predicato in molte città. Ha la fama di predicatore moralista: uno che difende gli umili contro i soprusi dei potenti, che depreca il malcostume della società, che condanna la lascivia degli artisti e dei poeti. E’ soprannominato il “predicatore dei disperati”, e i suoi seguaci sono chiamati Piagnoni. Il bersaglio preferito di Savonarola però è la Chiesa di Roma, il papato, di cui denuncia, senza remore, la corruzione morale. A San Marco Savonarola inizia un ciclo di prediche sull’Apocalisse che conquista rapidamente i fiorentini.

Fra Girolamo diventa l’ispiratore della nuova repubblica fiorentina, che dovrà essere modellata su un modello teocratico. Con l’appoggio dei suoi sostenitori, Savonarola riesce a mutare non solo l’assetto politico ma anche la vita della città che deve diventare una Nuova Gerusalemme, dove ogni forma di vizio e mondanità deve essere abolito. Famosi sono i suoi roghi della vanità.

Il regime penitenziale del frate incontra l’opposizione delle fazioni degli Arrabbiati e dei Palleschi, sostenitori di un ritorno dei Medici. Non potendolo sconfiggere politicamente, i suoi avversari trovano un alleato in papa Alessandro VI, a cui il frate rimprovera i costumi corrotti. Il pontefice prima gli proibisce, senza successo, di predicare poi lo scomunica e infine minaccia lanciare un interdetto sui fiorentini che proteggono Savonarola. È una minaccia troppo forte per una città che ha legami economici vitali con la sede papale. I nemici di Savonarola hanno così la meglio.

L’8 aprile del 1498, il celebre predicatore viene catturato nel suo convento di San Marco in seguito a un aspro tumulto di popolo e viene condotto in prigione nel palazzo della Signoria con i due confratelli Domenico Buonvicini e Silvestro Maruffi. Lì i tre vengono sottoposti a tortura, processati e condannati. Il 23 maggio, vengono ridotti allo stato laicale e quindi impiccati e arsi sulla piazza della Signoria. Le loro ceneri vengono gettate nell’Arno.