La malattia di Alzheimer (AD) è una patologia neurodegenerativa caratterizzata da deficit cognitivo e da una varietà di sintomi neuropsichiatrici. L’attuale trattamento farmacologico prevede sostanzialmente la somministrazione di inibitori dell’acetilcolinesterasi (farmaci che hanno un modesto effetto sul declino cognitivo) e psicofarmaci atti a limitare i disturbi comportamentali. Non esiste una terapia efficace, fondamentalmente perché i meccanismi molecolari responsabili della malattia rimangono sconosciuti.
L’AD è associata alla presenza di placche cerebrali costituite da beta-amiloide (A?), una piccola proteina identificata nel 1984 e da allora considerata esclusivamente come causa e marker della malattia neurodegenerativa.
In realtà, importanti studi condotti nell’ultimo decennio dimostrano che i processi sinaptici implicati nella formazione della memoria necessitano di A?, seppur in quantità ridottissime (nell’ordine delle picomoli), smentendo, almeno in parte, la trentennale ipotesi amiloidogenica come causa di malattia.
Questi risultati aprono uno spiraglio importante verso la comprensione dei meccanismi patogenetici dell’AD e sono il frutto dell’impegno congiunto dei ricercatori dell’Università di Genova Roberta Ricciarelli (Dipartimento di Medicina sperimentale) e Ernesto Fedele (Dipartimento di Farmacia), che insieme a colleghi di altri Atenei hanno saputo fruire della complementarietà delle rispettive competenze scientifiche.
Secondo la loro nuova ipotesi funzionale, pubblicata recentemente dalla prestigiosa rivista Trends in Neurosciences*, il fenomeno neurodegenerativo sarebbe conseguente alla perdita di funzionalità di A?, o alla sua mancata disponibilità, e non al suo accumulo. Tale accumulo, da decenni considerato il principale responsabile della malattia, potrebbe invece rappresentare un meccanismo compensatorio, stimolato dalla mancata attività funzionale di A?.
La nuova ipotesi potrebbe anche spiegare perché la sperimentazione clinica delle terapie mirate a ridurre i livelli cerebrali di A? abbia fallito, inducendo colossi dell’industria farmaceutica come Merck e Pfizer ad abbandonare la ricerca in campo Alzheimer.
Il dato forse più singolare che emerge da questo studio riguarda il trattamento con cui gli scienziati sono riusciti a stimolare la produzione di A?, migliorando la memoria nei modelli animali: si tratta di un inibitore dell’enzima PDE5, farmaco meglio conosciuto con il nome commerciale di Viagra®.
* Ricciarelli R, Fedele E. cAMP, cGMP and Amyloid ?: Three Ideal Partners for Memory Formation. Trends Neurosci. 2018 May;41(5):255-266.


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