“Entro i 43 anni mi sono iscritta a varie liste di attesa in alcuni centri pubblici di fecondazione assistita, ma ho atteso invano di essere convocata per iniziare il trattamento. E’ trascorso cosi tanto tempo da far decadere il mio diritto in Italia di effettuare in convenzione con il Ssn il trattamento di ovodonazione, per via del superamento del limite di età”. E’ la storia di Lavinia, nome di fantasia, residente a Roma e aspirante mamma che, a causa delle liste di attesa e di alcuni ‘nodi’ burocratici, non è riuscita ad accedere alla Pma per coronare il sogno di avere un figlio.
A raccontarla all’Adnkronos Salute l’avvocato Maria Paola Costantini, secondo cui “non è un caso isolato considerato che i Lea (Livelli essenziali di assistenza) aggiornati che prevedono l’accesso fino a 46 anni non sono applicabili perché il ministero della Salute non ha ancora emanato il decreto che manca”. “Probabilmente chiederemo al giudice di tenere conto di questo e consentire la prestazione”, afferma il legale, che affiancherà la donna in tribunale.
“Nel Lazio, in particolare – spiega – solo dal 2016 la Pma è stata inserita nell’offerta sanitaria, con un forte ritardo rispetto ad altre Regioni. Oggi vi sono tutte le possibilità per garantire un diritto alla salute e impedire una deleteria mobilità sanitaria che ha depauperato le coppie e lo stesso sistema sanitario. Sostenere la domanda significa infatti aumentare le opportunità per rompere un circolo vizioso che ha fatto anche ‘perdere’ il nostro sistema in termini economici risorse preziose”.
“Ma occorre potenziare l’offerta per garantire il diritto alla salute e alla genitorialità”, aggiunge Pina Picconeri, coordinatrice della Siru del Lazio (Società italiana della riproduzione umana).
“Secondo i dati della relazione del ministro della Salute del 2017 – ricorda Costantini – la Regione si pone al quarto posto dopo Lombardia, Toscana e Campania per numero di pazienti (3.971) e numero di cicli iniziati, ma su un totale regionale di 4.920 cicli, 482 sono avvenuti nel pubblico e 4.396 nel privato. Il Lazio ha infatti poche strutture pubbliche, sempre in difficoltà per il mancato potenziamento di centri e di personale, al contrario di altre regioni come Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna. E non sussiste un sistema di accreditamento per cui le coppie si rivolgono a strutture di altre Regioni, trovando spesso intoppi burocratici per la mancanza di accordi e convenzioni. La gran parte delle prestazioni è eseguita quindi dal settore privato, con un costo per una fecondazione in vitro che varia dai 4.000 ai 6.000 euro”.
Questo si traduce non solo nell’esborso da parte dei pazienti, ma anche in un mancato guadagno per il sistema regionale: “Moltiplicando il numero di cicli (utilizzando il costo più basso e cioè 3.000 euro) – calcola il legale – si arrivava nel 2011 alla somma di 18 milioni di euro e nel 2015 a 13 milioni spesi dalle coppie nel privato. Anche considerando gli investimenti da effettuare per mettere a regime un sistema adeguato il vantaggio sarebbe rilevante. In più, non avendo un sistema pubblico adeguato, il Lazio perde anche le somme che potrebbero derivare dalla accoglienza di coppie da altre Regioni: l’entrata per i ticket dei fuori regione, calcolando solo 2.000 cicli, ammonterebbe ad almeno 1 milione di euro all’anno”.
Infine, c’è la mobilità passiva per la quale “non è possibile una quantificazione esatta, ma le somme sono anche più alte. Si può ottenere una stima partendo dai dati relativi a Regioni che accolgono i pazienti laziali e cioè la Lombardia, la Toscana, l’Emilia Romagna. Si tratta di almeno 2.000 coppie che ricorrono a strutture fuori Regione. Il risultato ovviamente è che il Lazio fino al 2015 ha ‘sprecato’ ogni anno da 3,7 a 11,2 milioni di euro”.
Infine, “nel Lazio oggi non è ancora possibile accedere nel sistema pubblico a metodiche come diagnosi pre-impianto o fecondazione eterologa, che sono fondamentali sia per l’età della donna sia per le malattie genetiche e rare per evitare una gravidanza a rischio”.
Gli operatori del settore chiedono dunque un tavolo permanente per consentire un confronto anche con i cittadini e per iniziare a risolvere le diverse questioni.
“Fra queste vi è la carenza di informazioni e l’assenza di integrazione della Pma nei percorsi legati alla natalità e al parto, con quelli legati alla cura di malattie come l’endometriosi o le patologie oncologiche”, sottolinea Franco Lisi, vicepresidente dell’Associazione ginecologi consultoriali (Agico).
“E’ per questa ragione che la Società italiana della riproduzione umana (Siru) riunisce domani a congresso a Roma tutti gli operatori del settore, per costruire insieme linee guida che consentano di garantire percorsi certi, qualità, umanizzazione e risultati effettivi e appropriati”, conclude Picconeri.
