Cile, allarme Hiv: 3.849 casi nei primi sette mesi, più che raddoppiati i dati dal 2010

Allarme contagio in Cile per la diffusione del virus dell’Hiv. L’ultimo rapporto dell’Istituto di salute pubblica (Isp) parla infatti di 3.849 nuovi casi di infezione nei primi mesi sette mesi dell’anno. A fronte di questa situazione la Commissione parlamentare sulla salute, segnala il quotidiano “La Tercera”, ha convocato per oggi il ministro della salute (Minsal), Emilio Santelices, affinché esponga una valutazione della campagna di prevenzione effettuata.

Se la tendenza si conferma anche nei prossimi mesi, afferma l’esperto del Minsal, Carlos Beltran, e’ possibile che si arrivi ai 7000 casi di infezione entro la fine dell’anno. Se si raffronta questo dato con quello del 2010, quando nei 12 mesi si erano registrati 2968 nuovi contagi, la diffusione del virus risulta più che raddoppiata.

I contagi registrano tuttavia un’impennata gia’ a partire dal 2016, quando i casi di contagio sono passati a 4927 nei 12 mesi, mentre nel 2017 i casi registrati hanno sforato i 5000. La concentrazione piu’ alta in relazione alle fasce di eta’ rileva che i giovani da 15 a 29 anni sono in assoluto i piu’ esposti al pericolo e che la prevenzione non risulta sufficientemente efficace.

Dal ministero della salute spiegano in parte l’aumento delle statistiche con la maggior diffusione dei controlli, ed in particolare con l’adozione del “test rapido” promosso dall’Organizzazione mondiale della salute. In questo senso l’immunologo del centro sull’Aids dell’Ospedale clinico dell’Universita’ del Cile, Alejandro Alfani, ha segnalato che su 3102 test effettuati negli ultimi sei mesi 40 sono risultati positivi.

Il risultato dimostra un incidenza del virus equivalente all’1,29 per cento dei casi, tre volte superiore a quella stimata a livello nazionale pari allo 0,5 per cento. Eppure Alfani dissente con la teoria del Minsal e mette sotto accusa la prevenzione. “Non sono state adottate le politiche appropriate perche’ l’Aids non e’ stato considerato una priorita'”, afferma lo specialista. “Non c’e’ stata una educazione sessuale adeguata e i giovani non si proteggono, non usano e non vedono il preservativo come uno strumento comune di protezione”, aggiunge Alfani.

Il questionario opzionale che viene proposto con il test rivela inoltre che il 64 per cento delle persone e’ la prima volta che si sottopone a un controllo sul virus dell’Hiv e che il 18 per cento di queste non usa mai il preservativo. In questo contesto c’e’ anche chi attribuisce l’aumento dei casi ai cosiddetti “migranti della salute”. E’ quanto afferma il presidente della commissione salute del Senato, Guido Girardi, che ha puntato il dito contro i cittadini stranieri che entrano in Cile a cercare cure che nei loro paesi non possono trovare, come nel caso del Venezuela. “Queste persone sono migranti della saluteperche’ la loro motivazione principale e’ trovare qui una medicina che salvi loro la vita”, ha dichiarato Girardi. “Il 36,5 per cento dei nuovi casi sono migranti, io sono favorevole ad accoglierli ma dobbiamo garantirgli assistenza” ha aggiunto.

Da parte sua il dottor Alfani riconosce l’esistenza di pazienti venezuelani in cerca di cure ma smentisce che l’incremento di casi sia dovuto a questo. “Le nostre statistiche includono la nazionalita’ e nessuno dei nostri casi era straniero”, afferma l’esperto immunologo. Dal punto di vista della politica una proposta viene dalla senatrice Jacqueline Van Rysselberghe, dell’Unione democratica indipendente (Udi), a favore della diffusione dell’autotest sull’Hiv.

“L’idea è che le persone abbiano accesso al test attraverso i consultori pubblici o in farmacia”, ha dichiarato Van Rysselberghe, secondo la quale “la cosa peggiore che può succedere e’ che questo fenomeno si moltiplichi perche’ c’e’ gente infetta che non e’ a conoscenza di esserlo e che continua a diffondere il virus”.