Crollo ponte Morandi a Genova: è tornata la caccia alle streghe?

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di Kirieleison – Chi ha letto il libro “In nome della rosa” oppure ha visto l’omonimo film, con Sean Connery, ricorderà sicuramente la trama del romanzo di Umberto Eco, un vero thriller degno di Agatha Christie, tra inspiegabili delitti commessi in un monastero benedettino nel XIV secolo, ai margini di un incontro in cui si sarebbe dovuto discutere di affare di dottrina ecclesiastica.
Non è tanto la trama del film che intendo ricordare, ma la figura di Bernardo Gui, inquisitore della Chiesa, il quale, ancor prima di entrare nel monastero, con la risolutezza di chi è convinto di detenere la verità, vedendo un gallo nero ammazzato (e che non era altro che il pasto di una povera ragazza), ne ravvisò un evidente simbolo demoniaco, bollando come strega la donna stessa e decretando ancora che gli omicidi che si erano succeduti nel convento erano l’evidente frutto di altrettanto evidenti riti satanici.
Il tale mi ricorda l’attuale Governo, fatto in buona parte da tuttologi, esperti di ogni cosa (dai vaccini alle regole di navigazione) che, prima ancora che si svolgessero i funerali della povera gente morta a Genova e prima ancora che tecnici e magistratura si esprimessero sul disastro del ponte crollato, avevano già emesso la loro sentenza senza appello, con la certezza di coloro che sono convinti di detenere la verità, nei confronti di progettisti, costruttori e gestori ma, prima di tutto, dei politici che c’erano prima.
Ho l’impressione che, se all’epoca dell’Inquisizione bastava poco per finire sul rogo (era sufficiente essere un po’ stravagante o non andare regolarmente in chiesa o, peggio ancora, mettere in dubbio ciò che invece la tradizione religiosa imponeva) oggi , per essere messo alla gogna, basta ancor meno. E senza processi, nemmeno sommari.
Sia ben chiaro: chi sbaglia deve pagare.
Ma a decidere se qualcuno ha infranto la legge, fino a prova contraria, in Italia è la Magistratura. E non invece i governanti di turno.