Macedonia, oggi si vota per decidere il futuro del Paese con il Referendum sul Nome: in ballo l’accordo con la Grecia e l’ingresso nell’UE e nella Nato

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Seggi aperti in Macedonia dalle 7 di stamattina per il referendum sul nuovo nome che dovrà adottare l’ex repubblica jugoslava sulla base di un accordo raggiunto a giugno con la Grecia. Poco più di 900mila elettori sono chiamati a rispondere al quesito: “Siete in favore di un’adesione all’Unione Europea e alla Nato accettando l’accordo tra Repubblica di Macedonia e Repubblica di Grecia?“. Accordo che prevede l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom) si chiami d’ora in poi Repubblica di Macedonia del Nord. Voluto fortemente dal governo del premier socialdemocratico Zoran Zaev, che lo considera “un’occasione unica” per far uscire il Paese dall’isolamento, aprendo le porte di Ue e Nato, il referendum è invece considerato un “suicidio politico” dal presidente nazionalista Giorge Ivanov. Che, ancora tre giorni fa, ha rinnovato l’appello a boicottare le urne: “In quanto cittadino, io ho preso la mia decisione. Il 30 settembre io non andrò a votare. E sono convinto che voi, i miei concittadini, prenderete la stessa saggia decisione“. Il quesito riassume le implicazioni di un sì all’intesa con Atene, ricorda i 27 anni di contrasti e dispute con il paese vicino, apre alla prospettiva di un avvicinamento a Bruxelles, finora irraggiungibile per via del veto greco. E non è un caso che Unione Europea e Nato abbiano messo tutto il loro peso dietro il governo di Skopje per appoggiarlo nell’iniziativa e scongiurare – attraverso ripetuti appelli alla partecipazione – una vittoria del no o l’annullamento di una consultazione che, secondo gli osservatori “non scalda il cuore”, a causa dell’affluenza troppo bassa. Ipotesi, questa, al momento considerata la più probabile, mentre gli sondaggi danno in testa il sì all’accordo, con il 57%.

Da Bruxelles, dove venerdì ha incontrato il commissario all’Allargamento Johannes Hahn, il vice premier macedone Bujar Osmani ha fatto professione di ottimismo sull’affluenza: “La maggioranza assoluta dei cittadini andrà a votare e voterà per l’adesione alla Ue ed alla Nato attraverso l’attuazione dell’accordo tra Macedonia e Grecia”. La disputa con Atene è scoppiata a seguito della proclamazione di indipendenza della Macedonia dalla Yugoslavia, nel 1991. I successivi governi ellenici hanno contestato la scelta del nome perché – sostenevano – conteneva implicite rivendicazioni territoriali sull’omonima provincia greca. Nel 1993 la Macedonia viene ammessa all’Onu con il nome di ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Former yugoslav republic of Macedonia, Fyrom) e tutti i tentativi negoziali sul nome fatti da allora non sono andati a buon fine fino all’accordo firmato a giugno sul lago di Prespa. Ad esortare i macedoni a recarsi alle urne sono stati la cancelliera Angela Merkel, il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, il segretario alla Difesa americano James Mattis, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg e il commissario europeo per l’Allargamento, Johannes Hahn, tutti in visita a Skopje nei giorni scorsi.

Il premier Zoran Zaev è stato più diretto, mettendo in guardia i suoi connazionali contro la scelta di un protratto isolamento del paese in caso di un ‘no’ all’intesa con Atene – o accordo di Prespa – raggiunta a giugno e firmata dal premier greco Alexis Tsipras e dal collega Zaev: la bocciatura dell’accordo, avverte il governo, comporterebbe per la Macedonia altri 20 anni di attesa fuori dalla porta dell’Ue e dell’Alleanza atlantica. Il documento prevede che il paese cambi il nome in Repubblica di Macedonia del nord ed è stato approvato dal parlamento di Skopje a giugno con 69 voti su 120. Resterà ancora – dopo il referendum voluto da Zaev ma non previsto dall’accordo in sé – da modificare la costituzione, con una più complicata maggioranza dei due terzi (al governo mancano otto voti per raggiungere quel quorum). Solo allora la Grecia lo ratificherà e rimuoverà gli ostacoli alle aspirazioni europee ed atlantiste del vicino.

Il referendum non è vincolante, è solo consultivo, e anche in caso di risposta negativa Zaev potrebbe tranquillamente procedere ed emendare la costituzione ma l’opposizione è contraria al cambiamento di nome perché lo considera una resa e una perdita di identità nazionale. Tuttavia, il partito nazionalista Vmro-Dpmne di Hristijan Mickoski, pur dicendosi contrario all’accordo, ha lasciato libertà di coscienza ai suoi elettori, anticipando che, nel caso in cui si raggiungesse il quorum, seguirebbe in Parlamento la volontà espressa dal popolo. “In un referendum, i cittadini decidono, i politici obbediscono”, contesta l’analista politica Biljana Vankovska – della Scuola di filosofia dell’Università di Skopje – secondo cui esso viola “tutti i principi legali”. Inoltre l’analista è certa che l’affluenza sarà così bassa da invalidare il voto, ma il governo Zaev andrà avanti con l’accordo. Se così fosse, il premier ne uscirebbe delegittimato, secondo l’analista. Forzando l’attuazione dell’intesa inoltre, conclude Vankovska, “passerà sopra la volontà degli elettori, aprendo la strada ad una crisi politica e sociale imprevedibile”. Rinunciando all’accordo, il paese dovrebbe continuare a scontare l’opposizione greca sulla sua strada verso l’Ue e la Nato, con conseguente rischio di instabilità politica.