Quando la violenta scossa del fortissimo terremoto di magnitudo 7.5 si è finalmente fermata, Selvi Susanti ha realizzato che stava succedendo qualcosa di strano. Per prima cosa, ha visto il suolo iniziare improvvisamente a sprofondare. Poi il terreno si è spaccato sotto i suoi piedi come un piatto rotto, iniziando a salire. Terrorizzata, si è aggrappata ad un frammento di asfalto ed è stata trasportata per oltre 400 metri da un rapidissimo fiume di fango, che superava gli alberi di cocco e che ha ingoiato interi quartieri. “Le case crollavano. Iniziavano a rotolare come onde. È come uno tsunami, ma la differenza è che erano onde di terra. Mi sentivo come se fossi su una barca, ma la differenza è che non ero nell’acqua, ma nel fango”. È il terrificante racconto di Selvi, 38 anni, che aggiunge di aver visto molte persone semplicemente sparire nella terra mentre gridavano aiuto. Immagini sconvolgenti che tanti come lei si sono ritrovati a vivere il 28 settembre, quando l’Indonesia è stata colpita da un violento terremoto seguito da un devastante tsunami.
Molti, come Selvi, nel villaggio di Petobo, non avevano idea di trovarsi in un’area che era già stata identificata dal governo come zona ad alto rischio per il devastante fenomeno geologico che provoca la liquefazione del suolo durante i terremoti. Ma lo scienziato indonesiano Gegar Prasetya non è sorpreso da nessuno degli eventi che si sono verificati quel maledetto 28 settembre e che hanno ucciso oltre 2.000 persone, lasciandone altre migliaia sepolte sotto metri e metri di fango. Prasetya avvisa i residenti da anni sul fatto che l’area intorno alla Baia di Palu dell’isola di Sulawesi era già stata colpita prima a causa di una potenziale combinazione di fattori che crea la tempesta perfetta in grado di scatenare terremoti, frane, tsunami e liquefazione del suolo.
L’Indonesia, zona incline ai disastri facente parte dell’Anello di Fuoco del Pacifico, è un arcipelago di circa 17.000 isole che si trovano su numerose linee di faglia che hanno prodotto alcune dei più grandi e più letali terremoti, tsunami ed eruzioni vulcaniche della storia.

I gravi eventi che hanno colpito l’Indonesia hanno portato molti scienziati del mondo a chiedersi: ma come può questo tipo di terremoto – su una faglia trascorrente che solitamente non produce tsunami pericolosi – generare onde fino a 6 metri di altezza? Circa 20 anni fa, Prasetya ha pubblicato una relazione in cui sottolineava altri 6 tsunami registrati nello Stretto di Makasar, sempre in Indonesia, nel secolo scorso, prevedendo la ripetizione di un evento simile ogni 25 anni. L’ultimo si è verificato nel 1996. Prima di questo, nel 1968 la Baia di Palu era stata colpita da un terremoto di magnitudo 7.4 che generò onde alte 10 metri.
Il terremoto del 28 settembre, invece, non ha generato una grande onda nonostante la sua superficialità e prossimità alla costa. Alcuni esperti sono convinti che sia stato il terreno cedevole dell’area il catalizzatore del disastro. La lunga e violenta scossa probabilmente ha innescato uno o più slittamenti delle falde sottomarine a causa dei sedimenti instabili depositati dai fiumi sul fondale marino. Questo movimento distruttivo potrebbe aver creato il grande muro di acqua che ha viaggiato nell’oceano fino ad essere compresso nella baia lunga e stretta che circonda Palu, che ha fatto salire il livello dell’acqua.

Ma non sono solo i deboli sedimenti dell’oceano ad aver innescato il tutto. In alcune aree il suolo umido e sabbioso si è separato attraverso la liquefazione a causa delle violente vibrazioni del terremoto. Il suolo ha semplicemente perso la sua forza, trasformandosi in poltiglia sotto i piedi delle persone, creando del fango che ha agito come sabbie mobili. Persone, case, auto e strade, tutto è stato ingoiato e coperto da uno spesso strato di quello che, pochi secondi dopo, sarebbe diventato terra solidificata. Inoltre, anche in superficie si sono verificate frane in rapido movimento, che potrebbero aver causato ulteriori onde di tsunami localizzate.
Molte domane rimangono ancora su cosa abbia causato questa catastrofe immane. Prasetya inizierà il lavoro sul campo con la Marina indonesiana nel corso di questa settimana per cercare di comprendere meglio cosa sia avvenuto sott’acqua.
Dal 1968, la popolazione di Palu è esplosa in molte aree ad altro rischio. Nel 2012, tuttavia, il governo centrale ha prodotto una mappa che identifica ampie strisce di Palu, città di 380.000 persone, dove potrebbe verificarsi la liquefazione del suolo. La stessa area di Petobo è stata classificata ad alto rischio. La relazione raccomandava la costruzione di case e aree industriali sono nelle zone con il rischio di liquefazione più basso, consigliava sforzi di mitigazione e una pianificazione urbana migliori. La relazione è stata condivisa con i governi provinciali di Sulawesi, a cui spetta poi decidere se utilizzarla o meno.

È impossibile ricostruire in aree ad alto rischio liquefazione come Petobo e Balaroa, sostengono le autorità, secondo cui molte persone della zona verranno ricollocate. Tutto quello che rimane di Petobo, a circa 30 minuti dal centro di Palu, è un deserto di fango dove solo le parti superiori dei tetti restano in superficie. Le immagini satellitari mostrano un’area densamente popolata che si estende per oltre 100 ettari divorata da quello che sembra un gigantesco strato di cioccolato. Nei video registrati, si vedono gli edifici scivolare: i residenti hanno speso ore a cercare le loro case dopo il disastro, trovandole a circa 2 km da dove erano sempre state. Recuperare i corpi da Petobo e altre aree duramente colpite è difficile a causa delle enormi quantità di fango e il governo sta considerano di trasformare alcuni di questi siti in fosse comuni.
“Quante anime dovranno essere sacrificate prima che il governo capisca quanto sia importante la mitigazione?”, si chiede Prasetya, che continua a lanciare l’allarme dal devastante tsunami indotto da un terremoto al largo dell’isola di Sumatra che nel 2004 ha ucciso 230.000 persone in diversi stati, la maggior parte delle quali in Indonesia.


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