Glauco e Scilla: la vendetta dell’amore non corrisposto e la bellezza che diventa mostruosità

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Quella di Glauco e di Scilla è la storia di un amore non corrisposto, di una vendetta crudele e di una bellezza che diventa mostruosità. Una storia che ha attraversato il tempo e lo spazio e che insieme a quella di Scilla e Cariddi è diventata una delle leggende più affascinanti della nostra penisola, e in particolare dell’incantevole Stretto di Messina. La storia inizio un giorno come tanti, in cui il giovane Glauco, dopo una fruttuosa pesca in mare, aveva steso le sue reti ad asciugare su un prato, nelle vicinanze di una spiaggia.

Mentre si apprestava a contare i pesci catturati questi però, entrati a contatto, con l’erba iniziarono a rituffarsi in acqua. Il pescatore rimase impietrito per lo stupore, ma dopo essere tornato in sé comprese che il prodigio era dovuto all’erba. Ne strappò dunque un ciuffo e lo mangiò diventando così immortale e trasformandosi in una divinità del mare. Giunto negli abissi del Mediterraneo le dee lo purificarono di tutto ciò che di mortale gli era rimasto e gli diedero anche un nuovo aspetto: divenne un tritone, metà pesce e metà uomo.

Dopo qualche tempo Glauco si innamorò di una ninfa, la bella Scilla. Lei ascoltò amorevolmente la storia del suo pretendente ma poi decise di rifiutarlo. L’innamorato respinto chiese aiuto alla maga Circe affinché lo aiutasse a fare innamorare la ninfa. Circe però, si innamorò perdutamente di Glauco e gli dichiarò il suo amore. Il tritone la respinse e la maga decise di vendicarsi su Scilla: la trasformò in un terribile mostro che aggrediva i naviganti lungo lo Stretto di Messina.

Scilla, il mostro con dodici piedi, sei lunghi colli e altrettante teste orribili, viveva in una profonda spelonca dalla quale spingeva fuori le sue teste brandendo tutto ciò che le capitava tra le fauci. Poco oltre giaceva Cariddi, un altro mostro che assorbiva grandi quantità di acqua marina ingurgitando qualunque cosa galleggiasse: gettava l’acqua tre volte al giorno e la riassorbiva tre volte al giorno. Ulisse, nonostante Circe gli avesse sconsigliato di farlo, fu uno dei pochi uomini coraggiosi che decise di affrontare la traversata dello Stretto, impresa nella quale fino a quel momento era riuscita solo la nave Argo protetta da Giunone. L’eroe riuscì nell’impresa ma perse ben sei dei suoi compagni di viaggio.