Sapete utilizzare in modo corretto l’espressione “piuttosto che”? Moltissimi italiani sbagliano, attribuendogli un significato errato

Al giorno d’oggi le battaglie per la grammatica e per il corretto uso di alcune espressioni sembrano quasi delle “cause perse”. Ci si sente un po’ come Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento. Ma la grammatica italiana fa parte della nostra cultura, del nostro bagaglio storico e della nostra stessa identità. Dunque perché calpestarla così, come se fosse un qualcosa di sacrificabile in nome della modernità, in nome dei neologismi e in nome del dannosissimo correttore automatico degli smartphone? Ci sono espressioni che non possono essere snaturate. Una di queste è “piuttosto che“, ovvero un’espressione alla quale troppo spesso si attribuisce un significato differente da quello che in realtà dovrebbe esprimere.

Ma per comprendere quale sia l’errore che si fa troppo frequentemente facciamoci aiutare dal dizionario enciclopedico Treccani: “Piuttosto che si usa correttamente davanti a proposizioni avversative e comparative e significa ‘anziché’, indica cioè una preferenza accordata a un elemento rispetto a un altro”. Esempio: Piuttosto che dire sciocchezze, rimani in silenzio; Preferisco andare in bicicletta piuttosto che usare l’automobile. In merito agli usi dell’espressione, Treccani spiega che “Da qualche decennio si è diffuso l’uso di piuttosto che con il significato disgiuntivo di o, oppure, a indicare un’alternativa equivalente. Il fenomeno probabilmente ha avuto origine nel parlato del Nord Italia e ben presto la novità è stata accolta dai conduttori televisivi, dai giornalisti, dai pubblicitari e in seguito anche dalle riviste e dai quotidiani, contribuendo a diffondere un uso improprio“. Ecco qualche esempio del modo scorretto di utilizzare “piuttosto che”: “Questa sera, se vogliamo uscire, possiamo andare al cinema piuttosto che a teatro”, dove “piuttosto che” diventa erroneamente sinonimo di “oppure”. Niente di più sbagliato!

Si legge ancora su Treccani: “Parallelamente a quest’uso si osserva quello, altrettanto improprio, di piuttosto che col significato aggiuntivo di oltre che”. Esempio: “Al mercato potete trovare ogni tipo di verdura: pomodori piuttosto che peperoni, piuttosto che melanzane”. “Si tratta di usi decisamente sconsigliabili non solo nello scritto, ma anche nel parlato”.

E se non fosse sufficiente l’autorevolezza di Treccani, ecco che in nostro aiuto arriva l’Accademia della Crusca. Come si legge in un articolo di Ornella Castellani Pollidori, infatti, “l’impiego ormai dilagante di piuttosto che nel senso di o, non è affatto sfuggito, naturalmente, all’attenzione degli storici della lingua. Si tratta di una voga d’origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo. Era fatale che tra i primi a intercettare golosamente l’infelice novità lessicale fossero i conduttori e i giornalisti televisivi, che insieme ai pubblicitari costituiscono le categorie che da qualche decennio – stante l’estrema pervasività e l’infinito potere di suggestione (non solo, si badi, sulle classi culturalmente più deboli) del “medium” per antonomasia – governano l’evolversi dell’italiano di consumo”.

Duri attacchi, dunque, da parte degli esperti, che proseguono: “Non c’è giorno che dall’audio della televisione non ci arrivino attestazioni del piuttosto che alla moda, spesso ammannito in serie a raffica: «… piuttosto che … piuttosto che … piuttosto che …», oppure «… piuttosto che … o … o … », e via con le altre combinazioni possibili. Dalla ribalta televisiva il nuovo modulo ha fatto presto a scendere sulle pagine dei giornali: ormai non c’è lettura di quotidiano o di rivista in cui non si abbia occasione d’incontrarlo. E purtroppo la discutibile voga ha cominciato a infiltrarsi anche in usi e scritture a priori insospettabili (d’altra parte, se ha prontamente contagiato gli studenti universitari, come pensare che i docenti, in particolare i meno anziani, ne restino indenni?)”.

Eppure – prosegue Pollidori – non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o. Intendiamoci: se quest’ennesima novità lessicale è da respingere fermamente non è soltanto perché essa è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); la ragione più seria sta nel fatto che un piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio. Immaginiamoci poi che cosa potrà accadere con l’insediarsi dell’anomalo piuttosto che anche nei vari linguaggi scientifici e settoriali in genere, per i quali congruenza e univocità di lessico sono indispensabili“.

Ma quali sono le origini di questo modo errato di utilizzare l’espressione “piuttosto che”? “Per quanto mi riguarda – approfondisce la linguista -, non sono in grado di localizzare con sicurezza nello spazio e nel tempo l’insorgere della voga in questione. Mi risulta soltanto, sulla base di una testimonianza sicura, che tra i giovani del ceto medio-alto torinese il piuttosto che nel senso di o si registrava già nei primi anni Ottanta. È un fatto che questa formula è generalmente ritenuta di provenienza settentrionale (il che già contribuisce, presso molti, a darle un’aura di prestigio): «Un vezzo di origine lombarda, ma ormai molto diffuso, è quello di usare la parola “piuttosto” […] nel senso di “oppure”», osservava criticamente un paio d’anni fa, sulla rivista L’esperanto, anno 31, n° 3, 5 aprile 2000, il direttore Umberto Broccatelli (scrivendo però “piuttosto” in luogo di “piuttosto che”). Il lancio vero e proprio del nuovo malvezzo lessicale – precisa l’esperta -, avvenuto senza dubbio attraverso radiofonia e televisione (e inizialmente – è da presumere – ad opera di conduttori settentrionali), sembra potersi datare dalla metà degli anni Novanta“.

Certo, l’uso scorretto di “piuttosto che” è solo uno dei tanti errori grammaticali sdoganato come quasi corretto dall’uso corrente che troppi ne fanno, ma nell’era dell’informazione di massa e della comunicazione in tempo reale, sarebbe il caso di tornare al passato per non perdersi in futuro, ponendo maggiore attenzione a ciò che si dice e a come lo si dice.