Morto Edgar Hilsenrath: sfuggito alla Shoah, è autore de “Il nazista e il barbiere”

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Lo scrittore tedesco Edgar Hilsenrath, ebreo sfuggito alla Shoah, autore di romanzi sul tema della persecuzione nazista con toni macabro-grotteschi di grande efficacia, capace disintegrare con il suo umorismo nero convenzioni e tabù sull’Olocausto, è morto ieri a Berlino all’età di 92 anni in seguito alle complicazioni di una polmonite. L’annuncio della scomparsa è stato dato oggi dal suo editore tedesco. La sua opera di maggior successo critico è “Il nazista e il barbiere” (tradotto in italiano nel 1973 da Mondadori e ripubblicato da Marcos y Marcos nel 2006), pubblicata negli Stati Uniti nel 1971 e quindi tradotta in tedesco nel 1977, che tratta in maniera irriverente delle atrocità naziste: è un romanzo in stile picaresco che narra come un SS sfugga alla cattura indossando gli abiti del suo barbiere ebreo, ricevendo gli aiuti destinati alle vittime dell’Olocausto e avvicinandosi al movimento sionista.

Il romanzo è stato tradotto in undici lingue. Nel romanzo “Notte” (1964, tradotto da Voland nel 2018), suo libro di esordio, racconta in maniera autobiografica come l’autore sfuggì alle persecuzioni naziste emigrando prima in Romania e Palestina e poi negli Stati Uniti. “La fiaba dell’ultimo pensiero” (1989, tradotto in italiano da Marcos Y Marcos 2006) è un romanzo sullo sterminio del popolo armeno in Turchia nel 1915, con cui ha ricevuto nel 2006 il Premio nazionale di letteratura della Repubblica armena dell’Armenia.

La Shoah è di nuovo protagonista nel romanzo “Jossel Wassermann torna a casa” (1993, tradotto in italiano nel 1997 da Marsilio e ristampato da Dalai nel 2011), incentrato sull’odissea di un gruppo di ebrei polacchi deportati nel vagone di un treno merci. Lungo lo stesso percorso tematico si muove il romanzo “Le avventure di Ruben Jablonski” (1997), che indaga il dramma degli ebrei di lingua tedesca di Bukovina, deportati nel 1941 in Transnistria. I toni autobiografici dominano i più recenti “Berlin… Endstation” (2006), narrazione di un ritorno da New York nella Berlino del dopoguerra, e “Bronsky ricorda” (2010; traduzione italiana di Dalai nel 2010), in cui l’ebreo tedesco Jakob Bronsky emigrato negli Stati Uniti scrive la sua autobiografia incentrata sulle false promesse che il Paese in cui è emigrato fa ma non mantiene.

Nato da una famiglia ebrea a Lipsia, in Germania, il 2 aprile 1926, Edgar Hilsenrath fuggì in Romania con la famiglia per sottrarsi alla minaccia nazista; deportato nel ghetto di Mogilev-Podolski, in Ucraina, vi rimase fino all’intervento dei russi nel 1944. Schivata una nuova deportazione in Siberia, aderì al movimento sionista e si recò in Palestina. Anima errante, ripartì per la Francia, dove cominciò a scrivere. Nl 1951 si imbarcò per gli Stati Uniti. Dopo trentasette anni di odissea, Edgar Hilsenrath è rientrato finalmente in Germania, e si è stabilito a Berlino, dove ha vissuto fino all’ultimo. Hilsenrath, che si considerava apolide, per circa cinquant’anni è stato forse il narratore più irriverente di lingua tedesca. I suoi romanzi erano apprezzati in tutto il mondo, ma in Germania avevano paura di pubblicarli. Avevano paura della sua amoralità, immoralità e antimoralità. “Se potessi” dichiarò Hilsenrath in un’intervista allo “Spiegel“, “non scriverei così. Mi sento in colpa per essere sopravvissuto“.

Il suo capolavoro “Il nazista e il barbiere” uscì in Germania nel 1977 e lo “Spiegel” prima, ma soprattutto lo “Zeit”, con l’accorata apologia di Heinrich Böll, fecero finalmente giustizia, accogliendo Edgar Hilsenrath tra i grandi scrittori tedeschi contemporanei, accanto a Günter Grass.