Marco Pantani, 15 anni senza il “Pirata”. Mamma Tonina continua la sua battaglia: “Me l’hanno ammazzato”

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A 15 anni di distanza, la morte di Marco Pantani, ciclista, scalatore puro, è ancora molto discussa.
E’ stato trovato morto a soli 34 anni, il 14 Febbraio 2004, in un residence di Rimini. Iniziò per gioco pedalando sulla bicicletta di mamma Tonina fino a ottenere un posto in Olimpo conquistando in un solo anno (il 1998) Giro e Tour.
Non sono dopato, ho la coscienza pulita. Mi sento stritolato in un sistema che non riesco a comprendere. Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, pero’, abbiamo toccato il fondo“: dichiarava lo scalatore romagnolo nel 1999 quando fu fermato a Madonna di Campiglio per un valore di ematocrito oltre i limiti consentiti.
Il “Pirata” iniziò a morire in quel momento: tornò a correre nel 2000, ma era ben lontano dalle storiche scalate.
Marco Pantani morì il 14 febbraio 2004 per un’overdose di cocaina e psicofarmaci.
Ai funerali furono letti dalla sua manager e amica alcuni appunti scritti dal ciclista sulle pagine del passaporto: “Sono stato umiliato per nulla. I sogni di un uomo si infrangono sulle droghe, ma solo dopo la vita da sportivo. La mia speranza è che le regole siano uguali per tutti“.

La tragedia del 14 Febbraio 2004

Continuo ad avere fastidi da qualcuno, così non va bene, occorre chiamare i carabinieri“: diceva al telefono Marco Pantani, secondo la testimonianza dell’addetta alla portineria, la mattina di San Valentino del 2004, quasi 10 ore prima del rinvenimento del suo corpo senza vita nel residence “Le Rose” di Rimini. “Stai male posso aiutarti?“. “Se vuoi puoi chiamare i carabinieri altrimenti è lo stesso“, rispose Pantani. “Bussai alla porta più volte ma senza risposta” dichiarò la donna che poi, successivamente, salì nella stanza al 5° piano insieme all’addetta alle pulizie: utilizzando il passpartout, aprì la porta solo di qualche centimetro (“sentivo la voce del Pantani biascicare una parola incomprensibile“).
Le forze dell’ordine furono avvisate alle 20:30 dal portinaio subentrato nel turno, il primo a scoprire il corpo senza vita del “Pirata”: “Essendo sempre ostruita ho spinto con forza la porta – ha raccontato l’uomo nell’ottobre 2014 – finché sono riuscito ad entrare. Iniziai a salire le scale che portano al soppalco e solo qui, riverso a terra vicino al letto, vidi il corpo di Marco Pantani“.

Moriva così, a soli 34 anni, uno dei più forti scalatori nella storia del ciclismo. Da una parte la verità giudiziaria (“La pista dell’omicidio e’ un’ipotesi fantasiosa“, scriveva il gip nel decreto di archiviazione del giugno 2016, e la morte è riconducibile “all’assunzione certamente volontaria ed autonoma di dosi massicce di cocaina e psicofarmaci antidepressivi” in uno “stato di assoluto isolamento“) dall’altra madre, familiari e amici che contestano l’overdose volontaria (sancita dalle sentenze) e sostengono l’ipotesi secondo cui Marco fu ucciso.

A sostegno della tesi del presunto omicidio (indicato dall’esposto poi “archiviato”) le ferite sul corpo non tutte compatibili con una caduta; un’alterazione della scena del (presunto) crimine, come lo spostamento del cadavere, prima dell’intervento delle forze dell’ordine; stanza a soqquadro con un cosiddetto “disordine volontario” (creato per depistare); l’ipotesi di una dose di cocaina letale ingerita a forza, basata sulla perizia medico legale di parte difensiva.

La mamma: “Me lo hanno ammazzato”

Conoscevo molto bene mio figlio e le sue abitudini. Da subito ho detto ‘me lo hanno ammazzato’, ed ora ne sono ancora più convinta. La mia battaglia continua per la verità“, ha dichiarato all’AGI la madre di Pantani, Tonina Belletti, secondo cui Marco non fu vittima di un’overdose volontaria di cocaina e psicofarmaci (come sancito dalle sentenze) ma “fu ucciso, era diventato troppo scomodo“.
La lotta di Tonina iniziò il 5 giugno 1999 quando il campione in maglia rosa fu estromesso dal Giro per un valore di ematocrito oltre i margini di tolleranza: “Gli esami sono stati manomessi. Purtroppo mio figlio dava fastidio. C’era molta invidia perché tutto quello che toccava diventava oro“.
Marco è demoralizzato per quello che stava succedendo. La depressione è tutta un’altra cosa“. “Spero che si riapra il caso. Ci sono tante cose che non mi convincono. Io conoscevo le abitudini di Marco. Ad esempio e’ stato trovato senza maglietta: piuttosto in casa stava senza mutande. La maglietta la teneva per paura della bronchite. Ci teneva troppo al suo corpo. I calzetti, poi, li indossava anche per dormire. Invece e’ stato trovato morto a piedi nudi“.