Le immagini choc dei resti di Pamela Mastropietro, trovati in due trolley, e dell’autopsia sono state mostrate nel corso dell’udienza del processo davanti alla Corte di Assise di Macerata che vede imputato Innocent Oseghale, il nigeriano accusato di aver ucciso e fatto a pezzi la giovanissima Pamela. L’orrore sul corpo di Pamela, emerso fino a questo momento solo dal racconto di alcuni testimoni e dagli atti, si è concretizzato nell’aula del tribunale con le drammatiche foto che documentano il depezzamento del corpo e che vengono mostrate nel corso dell’escussione dei consulenti medici. Visibilmente provati i parenti della giovane vittima, con la mamma inevitabilmente in lacrime. A loro e ai giornalisti è stato consentito di rimanere in aula, come richiesto da loro stessi. L’udienza si è svolta con decisione della Corte a porte chiuse al pubblico.
Si tratta della quarta udienza del processo a Innocent Oseghale, accusato di aver violentato, ucciso e fatto a pezzi Pamela. La decisione della Corte d’assise di tenere le porte chiuse al pubblico è stata dovuta proprio alle testimonianze dei consulenti medico-legali previste e accompagnate da “immagini molto forti“. Secondo il presidente della corte, Roberto Evangelisti, proprio la proiezione di quelle immagini avrebbe potuto essere “di ostacolo al sereno dibattimento” e si è pronunciato per “la massima tutela per la giovane vittima“. La decisione della Corte è stata accolta ironicamente dal pubblico presente fino a quel momento. In aula sono stati ammessi i genitori della 18enne romana, Stefano Mastropietro e Alessandra Verni, tutti i consulenti chiamati a testimoniare oggi e i giornalisti.
E i racconti sono stati orribili: un forte odore proveniva dai resti di Pamela Mastropietro e “il sospetto era che le parti fossero state lavate con la varechina” ed è stato un “lavaggio indiscutibilmente volto a cancellare qualunque traccia del contatto fisico con la deceduta“. E’ la testimonianza di Antonio Tombolini, il consulente medico che fu inizialmente incaricato dalla procura di effettuare le primissime verifiche sui resti del cadavere di Pamela, ascoltato nel corso dell’udienza in corso davanti alla Corte di assise di Macerata. “Il lavaggio – ha detto Tombolini – è stato accuratissimo per cancellare qualsiasi molecola di dna“. Secondo il consulente, il modo il cui è stato depezzato in alcuni punti il corpo della ragazza è stato volto a “nascondere un eventuale contatto sessuale“. Secondo il consulente per tagliare così il corpo di Pamela ci sono volute alcune ore. A chi gli chiedeva se, dai resti, sia possibile dire se sia stata una mano esperta a ridurre così il corpo della ragazza il consulente ha osservato: “Estratti i resti dalla valigia, la prima impressione” è che fosse stata una “persona abituata a dissezionare maiale“. Secondo il consulente, è stato fatto un lavoro in maniera “estremamente intelligente” nel senso che c’è stata una “disarticolazione” del cadavere ed è stata attuata una “procedura di lavatura estremamente oculata. C’è una logica raffinata dietro a questo“.
“Dagli esami preliminari, la morte poteva essere dovuta a un’overdose o per le ferite causate da un’arma da taglio” ha detto Tombolini. Con il nigeriano che ha gia’ confessato di essere responsabile del sezionamento del corpo di Pamela e di aver abbandonato i pezzi dentro due valigie alla periferia di Pollenza, il dibattimento deve chiarire come sia effettivamente morta la ragazza (accoltellata da Oseghale al fegato, secondo la procura; per un’overdose, risponde la difesa del nigeriano). Nel corso della sua deposizione, Tombolini ha però dato un parere – sollecitato da uno dei legali di Oseghale, sulla ferita al fegato: “Se fosse stata inferta in vita doveva esserci molto piu’ sangue“. Due dichiarazioni che non sono piaciute a Marco Valerio Verni, zio di Pamela e legale della famiglia, che nella prima pausa del dibattimento – ha parlato di “alcuni passaggi imbarazzanti” nella testimonianza del medico-legale.
“Quando ho aperto le valigie” che contenevano il corpo di Pamela Mastropietro fatto a pezzi, l’odore di varechina era così forte “da sembrare di essere in piscina” ha precisato il medico-legale. L’anatomopatologo ha spiegato che “una delle due valigie conteneva la testa della ragazza, avvolta in due sacchetti di plastica, e nell’altra c’erano le altre parti anatomiche” e, rispondendo a una domanda delle parti civili, ha detto che sarebbero stati utilizzati “almeno cinque litri” di varechina, con l’obiettivo di avere “un lavaggio accurato per cancellare qualsiasi traccia di contatto fisico con la deceduta“. Tombolini ha anche descritto quali fossero le condizioni degli arti superiori, della testa, del busto e degli organi di Pamela al momento dell’esame autoptico. In particolare, ha ribadito la presenza di “un’agopuntura all’altezza del polso della mano sinistra, praticata quando la giovane era in vita“, per arrivare “con una sostanza estranea” alla “vena sottostante, utilizzando un ago da 2,5 millimetri, che e’ grande, mentre solitamente la sostanza viene iniettata con un ago corto e sottile”. Inoltre, c’erano “molte striature all’altezza dell’avambraccio sinistro, che non sarebbero riconducibili a un laccio emostatico, perche’ erano molteplici“. Parlando del capo, Tombolini ha descritto la presenza di “una pressione frontale, con la lingua pinzata tra i denti che poteva far ricondurre a uno strangolamento” e una “lesione superficiale al cuoio capelluto, prodotta sicuramente in vita, che potrebbe essere compatibile con una caduta a terra o con una botta lieve, ma non mortale e il cervello e’ inoltre privo di lesioni”.
Delle lesioni riscontrate sul corpo di Pamela Mastropietro due, alla base dell’emitorace destro, sono vitali, ossia le sono state inferte da viva, e sono compatibili con un’arma da punta e taglio. E’ quanto ha riferito Mariano Cingolani, medico legale che eseguì l’autopsia più approfondita sul corpo di Pamela. Le due coltellate su parti vitali, secondo il consulente, potrebbero essere state inferte a distanza di un po’ di tempo l’una dall’altra e non sono state immediatamente mortali: potrebbero essere passati da ognuna delle due coltellate alla morte almeno 15-20 minuti. Secondo il consulente il coltello trovato in casa dell’imputato “è compatibile” con le coltellate mentre la mannaia trovata “potrebbe essere stata usata nelle procedure di depezzamento”. Secondo quanto dichiarato da Cingolani gli stessi elementi tossicologici “depongono sul fatto che la quantità di stupefacente” rilevata non è coerente con una morte per droga. Una “ecchimosi“, riscontrata sul capo, “non ha contribuito in maniera apprezzabile alla morte” e potrebbe essere stata prodotta da un corpo contundente contro cui la vittima potrebbe aver urtato forse anche dopo una caduta. Le coltellate all’emitorace e dunque al fegato, secondo l’esperto, sono state inferte quando Pamela era viva. Ci sono anche altre lesioni vitali riscontrate sui resti del corpo, ad esempio l’ecchimosi alla testa e a un avambraccio, ma non sarebbero da considerarsi collegate alla successiva morte della ragazza. Al momento del decesso Pamela Mastropietro “era sotto effetto di stupefacente“, ha osservato poi il consulente tossicologico incaricato dalla procura, Rino Froldi, ascoltato nel corso dell’udienza insieme al consulente medico legale Cingolani. Secondo Froldi tuttavia i risultati degli esami effettuati non sono coerenti con una morte per overdose.
“Pamela fu uccisa da due colpi di fendente al fianco destro“. Lo ha detto Luisa Regimenti, medico legale e consulente di parte civile, nel corso del processo. L’esperta si è detta d’accordo con le conclusioni del consulente medico legale della procura Mariano Cingolani. “Pamela – ha sottolineato la consulente di parte civile – fu attinta a cuore battente“. Per quanto riguarda l’oggetto usato, secondo l’esperta, si è trattato di “una lama mono-tagliente della lunghezza di circa 10-15 cm”. “La morte è intervenuta per emorragia relativa alle due lesioni epatiche e a quella dell’arteria intercostale“, ha osservato Regimenti. La consulente di parte civile ha anche ribadito il lavaggio accurato fatto sui resti del corpo di Pamela sottolineando che proprio il lavaggio ha avuto “un’interferenza rilevante sulle tecniche di indagine“. Ascoltato anche il consulente tossicologo Carmelo Furnari secondo il quale la morte di Pamela non è assolutamente attribuibile a un’intossicazione acuta da sostanze stupefacenti.


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