Epatite C in Italia: specialisti, pazienti e politici assieme per le politiche volte a eliminare il virus

Si stima che 71 milioni di persone siano affette da infezione cronica da virus dell'epatite C

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IL VIRUS – Il virus dell’epatite C (HCV) è una delle principali cause di morbilità e mortalità correlate al fegato in tutto il mondo. Si stima che 71 milioni di persone siano affette da infezione cronica da virus dell’epatite C, di cui  un numero significativo  progredisce alla cirrosi o al cancro del fegato in assenza di un effettivo trattamento antivirale. Lo sviluppo della terapia antivirale ad azione diretta (DAA) ha  rivoluzionato l’approccio al trattamento e rinvigorito le iniziative di sanità pubblica volte a identificare i pazienti con epatite cronica da HCV. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) prevede l’eliminazione dell’infezione da HCV entro il 2030 attraverso il raggiungimento degli obiettivi strategici per il settore sanitario globale (GHSS) per l’epatite. Tuttavia, considerando l’alta prevalenza di HCV in popolazione generale in Italia, è necessario identificare possibili strategie per aumentare la diagnosi e il trattamento delle persone infette.

PARTE UNA NUOVA CAMPAGNA DI SENSIBILIZZAZIONE – Ecco perché da fine maggio 2019 con spot tv e azioni media cmirate alla sensibilizzazione della popolazione, parte una grande campagna di sensibilizzazione e conoscenza per spingere la popolazione colpita e talora ignara della malattia, all’eliminazione del virus dell’Epatite C, con una terapia di poche settimane per bocca e senza alcun rischio. “Oggi abbiamo a disposizione farmaci per combattere l’Epatite C che sono così efficaci da assicurare nella quali totalità dei casi l’eradicazione dell’infezione. In questo scenario bisogna allora porsi la domanda: quali siano le categorie di persone nelle quali l’infezione si trova a circolare maggiormente e che quindi fanno da serbatoio dell’infezione”, spiega il Prof. Massimo Galli Presidente della SIMIT, con particolare riferimento ai soggetti tossicodipendenti per via endovenosa.

“Oggi, nel mondo  circa l’80% delle nuove infezioni sono trasmesse ancora attraverso lo scambio di siringa o di oggetti contaminati tra tossicodipendenti– continua il Prof. Galli – In quest’ottica è quindi chiaro che un progetto di eliminazione dell’infezione debba prevedere interventi volti a curarli”. A incoraggiare una sempre più necessaria e urgente strategia di terapia in questa direzione, il dato dimostrato che le terapie finora somministrate in persone tossicodipendenti attivi sia perfettamente efficace al pari di tutti gli altri pazienti. “La tossicodipendenza quindi non è un fattore che modifica l’efficacia del trattamento – conclude il clinico– E una volta stabilito l’urgenza di trattare queste persone, dobbiamo attuare strategie finalizzate per far emergere il sommerso in queste popolazioni, ossia avviare campagne di screening per individuare con sempre più capillarità i pazienti da trattare.

EPATITE C NELLE CARCERI: OBIETTIVO MICRO ERADICAZIONE – Ogni anno all’interno dei 190 istituti penitenziari italiani transitano tra i 100mila e i 105mila detenuti. In un contesto in cui circa il 70% dei detenuti possiede almeno una malattia cronica, ma di questi solo poco meno della metà ne è consapevole, “le carceri si confermano un vero e proprio concentratore di patologie – spiega il Prof. Sergio Babudieri, Direttore Scientifico della SIMSPe – Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria –  Tra le malattie infettive, per l’Epatite C almeno un terzo di queste persone detenute sono di fatto etichettabili con il rischio di trasmissione endovenosa, considerando ovviamente come causa principale il fenomeno della tossicodipendenza. Ciò vuol dire che ci troviamo davanti a una massa critica annuale di circa 35mila persone con alle spalle una storia legata a reati connessi a sostanze stupefacenti e tra loro, circa il 70% è venuto in contatto (che non vuol dire ne sia necessariamente affetto) con il virus dell’Epatite C”.