Si va dall’insufficienza renale alle cardiopatie, ed alcune complicanze causate dall’Epatite C in molti casi permangono anche dopo l’eliminazione del virus. Ma prima si iniziano le cure e più è possibile evitare danni permanenti. Per questo motivo, gli esperti chiedono screening per individuare i malati che non sono a conoscenza di esserlo.
A fare il punto il convegno all’Istituto Superiore di Sanità (ISS) sui risultati della Piattaforma Piter, il primo grande studio coorte italiano. “L’epatite C – spiega Massimo Galli, presidente della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) – non si limita a danneggiare le cellule del fegato, ma nuoce anche a diversi apparati, provocando complicanze che spesso non si eliminano con l’eradicazione del virus, come diabete, cirrosi epatica, danni al cuore e ai reni, crioglobulinemia (una sorta di linfoma di basso grado)“.
Due punti fondamentali: il primo è che, anche una volta trattati con i farmaci antivirali ad azione diretta (DAAs), i pazienti devono essere ancora seguiti a livello clinico. Il secondo è che più le cure sono tardive, maggiori sono le conseguenze.
“Abbiamo fatto molta strada nel trattamento – dichiara Stefano Vella, direttore del Centro nazionale per la Salute Globale dell’ISS – ma sicuramente c’è tutto un sommerso e ora la priorità è individuare e curare queste persone. Per questo, servono screening mirati su alcune popolazioni, come quella carceraria, tra i tossicodipendenti e gli ex tossicodipendenti“. “I numeri di un nostro recente studio illustrato all’ultimo congresso dell’Associazione europea per lo studio del fegato (Easl) – conclude Francesco Saverio Mennini, direttore dell’EEHTA del Ceis di Tor Vergata –mostrano che strategie di screening ad hoc possono essere costo efficaci, ovvero molto convenienti per la sanità pubblica“.


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