Evita Perón, l’orribile verità nascosta sulla sua morte: il tumore e il losco intervento al cervello per “placarla”

Evita Perón, figura di culto in Argentina, sarebbe morta per una lobotomia, un intervento al cervello per gestire la grande sofferenza per il tumore all'utero ma anche per questioni politiche

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Oggi ricorre il 100° anniversario della nascita di Eva Duarte, che nel 1945 sposò il futuro dittatore Juan Domingo Perón, diventando una figura di culto e un mito per le popolazioni più povere dell’Argentina, suo Paese d’origine. Nel 1952, poche settimane prima di morire, la donna, conosciuta con il diminutivo affettuoso di Evita Perón, ha affiancato il marito nel suo secondo insediamento come Presidente dell’Argentina. Si diceva che il tumore all’utero l’avesse resa così debole tanto da dover stare all’interno di una specie di sostegno metallico per reggere i suoi deboli arti. Pesava poco più di 36kg. Almeno questa è la storia ufficiale.

Ma Daniel Nijensohn, un neurochirurgo presso la Yale University Medical School, qualche anno fa ha scoperto nuove prove che suggeriscono una storia ben diversa. Secondo la teoria di Nijensohn, il marito sarebbe stato responsabile del suo rapido declino, costringendola ad avere una lobotomia. Questa operazione consiste nel recidere le connessioni neurali tra i lobi prefrontali e il resto del cervello, una procedura volta a intorpidire le reazioni emotive. È stato un segreto fino al 2011, quando Nijensohn ha ottenuto gli esami del suo scheletro dopo la morte che includevano, tra le altre cose, le immagini a raggi X del cranio che mostrava segni di perforazione.

Una delle possibilità è che la lobotomia sia stata una misura radicale per gestire il dolore del tumore. Anche se la procedura non avrebbe necessariamente eliminato il dolore stesso, la ridotta reazione emotiva avrebbe potuto aiutarla a sopportare la sofferenza. Sulla base di fonti vicine all’evento, Nijensohn crede che possa essere stato anche l’ultimo tentativo del marito per frenare un comportamento sempre più pericoloso. “Ha offerto il perfetto approccio per calmare Evita e per evitare una guerra civile, mentre si tentava anche di intorpidire la sua reazione alla sofferenza del tumore”, sostiene il neurochirurgo.

evita peronEvita si comportava in modo sempre più avventato negli anni precedenti la sua morte. Come First Lady, era incaricata di molte delle politiche sociali del Paese, ma dai primi anni ’50, nel governo erano apparse delle fratture. Forse alimentata dall’ansia e dal dolore della malattia, la sua retorica era diventata sempre più incendiaria verso coloro che non erano d’accordo con lei. “Il suo ultimo discorso pubblico, pronunciato il 1° maggio del 1952, Festa dei Lavoratori in Argentina, è stato un appello contro i suoi nemici. Ha anche dettato un documento di 79 pagine, “Il mio messaggio”, che mostrava le prove della sua belligeranza e del suo violento stato mentale. Ha parlato dei “nemici del popolo”, che erano “insensibili e ripugnanti” e “freddi come rospi e serpenti”. Ha esaltato il “sacro fuoco del fanatismo”. Era “contro quegli imbecilli” che chiedevano prudenza. Ha ordinato al popolo argentino di “combattere l’oligarchia”, ha scritto Nijensohn.

Non erano solo minacce a vuoto. Dal suo letto, senza che il marito ne fosse a conoscenza, avrebbe ordinato 5.000 pistole automatiche e 1.500 mitragliatrici con l’obiettivo di armare gli operai delle organizzazioni sindacali e formare delle milizie. La notizia sarebbe stata sufficiente a fare a pezzi le fazioni degli alleati di Perón, che già si erano opposte al potere e alla popolarità di Evita. Il Paese avrebbe potuto presto cadere in una guerra civile. La lobotomia potrebbe essere stata la risposta del Presidente?  Era un’operazione che aveva già acquisito notorietà negli Stati Uniti come misura per trattare l’aggressività incontrollabile e la violenza impulsiva.

Dalla prima volta in cui Nijensohn ha guardato le cartelle cliniche di Evita, ha contattato i conoscenti del suo chirurgo, James Poppen, come l’infermiera e amica intima Manena Riquelme, che ha ammesso che l’operazione si è svolta senza il consenso di Evita. I dottori hanno dovuto improvvisare una sala operatoria in una stanza sul retro del palazzo, ha raccontato la donna. La sorveglianza era così stretta che una guardia armata ha controllato la procedura. Forse il dettaglio più inquietante del racconto di Riquelme è che Poppen avesse prima praticato la lobotomia sui prigionieri di Buenos Aires su richiesta del Presidente. Perón voleva chiaramente che la moglie sopravvivesse all’operazione. Alla fine l’intervento è riuscito a far tacere Evita, ma ne ha anche accelerato il declino. Dopo la lobotomia, la donna ha praticamente smesso di mangiare. È morta poi il 26 luglio del 1952. Secondo quanto sostenuto dai suoi conoscenti, Poppen avrebbe negato il suo coinvolgimento.

Non sapremo mai per certo gli esatti motivi dell’operazione. A così tanta distanza dall’evento, possiamo affidarci solo alle testimonianze di poche persone. Ma la possibilità di un complotto aggiunge un altro tragico capitolo alla vita di una figura controversa, che continua ad affascinare ancora oggi, quasi 70 anni dopo la sua morte.