Conclusa l’autopsia sul carabiniere ucciso da un americano, l’ambasciata USA: “gli daremo massima assistenza legale”

"Quando un cittadino degli Stati Uniti viene detenuto all'estero, l'ambasciata o il consolato americano sul posto forniscono tutta l'assistenza necessaria"

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Si è conclusa poco fa all’istituto di medicina del Verano l’autopsia sul corpo del vicebrigadiere dei carabinieri, Mario Cerciello Rega, ucciso due notti fa con otto coltellate inferte dal 19enne americano, Elder Finnegan Lee, accusato ora di omicidio in concorso con il suo complice, Christian Gabriel Natale Hjort.

L’esame è stato eseguito dal professor Antonio Grande. Presenti anche degli uomini del nucleo investigativo dei carabinieri. Nel corso del pomeriggio all’istituto di medicina legale del Verano sono arrivati anche alcuni amici di infanzia del militare deceduto, uno zio e i tre legali nominati dalla famiglia di Rega. Mario, secondo il medico legale, è morto per una forte emorragia.

Adesso – ha dichiarato lo zio del carabiniere, chiuso nel suo dolore – vogliamo rispetto, lasciateci in pace“. Gli amici e il familiare hanno atteso la conclusione dell’autopsia nel cortile dell’obitorio, dove era presente, oltre ai carabinieri, anche il personale dell’agenzia funebre campana incaricata dalla famiglia.

Gli Stati Uniti, intanto, tramite la loro ambasciata hanno fatto sapere che forniranno “l’assistenza consolare appropriata” ai due cittadini americani arrestati per l’omicidio di Mario Rega Cerciello. Lo dicono all’Adnkronos fonti dell’ambasciata americana a Roma.Siamo a conoscenza della notizia” dell’arresto dei due giovani, sottolineano le fonti, ricordando che “quando un cittadino degli Stati Uniti viene detenuto all’estero, l’ambasciata o il consolato americano sul posto forniscono tutta l’assistenza consolare necessaria“.

E la vicenda, comunque, resta ancora tutta da chiarire, a partire dal ruolo della presunta vittima del furto dello zaino da cui poi è scattata l’operazione nella quale è morto il vice brigadiere Mario Cerciello Rega. Il primo punto da chiarire verte proprio sul ruolo del derubato. Stando alle informazioni ufficiali non si tratta di un pusher, ma comunque di una persona che conosce quel mondo. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbe stato avvicinato dai due giovani californiani in cerca di droga a Trastevere e avrebbe indicato il pusher da cui poterla acquistare. Poi quando i due ragazzi avrebbero scoperto di essere stati ingannati perché al posto della droga gli è stata venduta aspirina e, non trovando lo spacciatore, se la sarebbero presa con lui rubandogli il borsello con dentro il cellulare.

Dopo il furto l’uomo ha contattato il 112 denunciando di essere stato derubato. Rimane da stabilire  quale telefono abbia utilizzato per dare l’allarme visto che il suo era nelle mani dei ladri. Inoltre è insolito che una persona che abbia a che fare con traffici illeciti si rivolga poi ai carabinieri per denunciare di essere vittima di un furto. Versioni non confermate ipotizzerebbero che l’uomo abbia fermato una pattuglia di passaggio in zona che ha poi diramato l’allerta raccolta dai due carabinieri in borghese. Un altro aspetto riguarda il perché i due americani, in possesso di un cellulare rubato, abbiano risposto alla chiamata in arrivo su quel numero prendendo un appuntamento con la vittima e tentando l’estorsione. Infine è poco chiara la presunta presenza di pattuglie in appoggio ai due carabinieri in borghese, che non sono riuscite a intervenire in tempo quando la situazione è precipitata. MA non solo: né il carabiniere colpito a morte né il collega, entrambi in borghese come richiede un servizio in cui è necessaria la non riconoscibilità dei militari, hanno utilizzato l’arma di servizio per difendersi o mettere in fuga i due aggressori.