Essere milionari e non saperlo. È l’incredibile storia di Giuseppina Perazzi, 69 anni, donna indigente che secondo diversi tribunali era una multimilionaria. Tutto questo grazie ad una collezione di reperti che le era stata lasciata dal compagno alla sua morte, avvenuta nel 2011: per la Soprintendenza, la collezione ha l’incredibile valore di 107 milioni di euro. In un’informativa dei carabinieri, sono definite come testimonianze preistoriche “di straordinario interesse”, che nei mesi scorsi hanno ottenuto dalla Procura di Verona il loro sequestro in quanto “rientranti nella tutela dei beni culturali poiché appartenenti allo Stato”.
“Per 26 anni sono stata la compagna di Roberto Partesotti, che lavorava come scenografo dell’Arena di Verona”, racconta Perazzi. In casa, Partesotti custodiva la collezione iniziata dal bisnonno: oltre 5.000 selci lavorate da uomini preistorici e provenienti in gran parte dalla Lessinia e dalla Puglia. Nel 2007, dopo aver perso il lavoro, Giuseppina decide di vendere le selci e si rivolge alla Gorny&Mosh, casa d’aste tedesca che valuta la raccolta poco più di 10.000 euro. Il 14 dicembre la collezione finisce in vendita a Monaco ma lo stesso giorno, a Verona, la Procura ordina una perquisizione perché i reperti provengono da scavi illegali. Le autorità tedesche bloccano tutto e nel 2009 è la stessa Perazzi ad acconsentire al rientro in Italia delle selci.
Ma Luciano Salzani, funzionario della Soprintendenza archeologica di Verona, stima il valore della collezione in 107 milioni di euro, secondo quanto scrive la Cassazione. Per l’ispettore, dunque, le selci valgono diecimila volte la valutazione fatta da Gorny&Mosh. Giuseppina Perazzi rimane allibita: “Una cifra esorbitante e, francamente, un po’ ridicola”. Da dieci anni, quelle testimonianze dell’uomo preistorico sono chiuse nei magazzini dell’Arsenale, a Verona. “Appena rientrata dalla Germania, la Procura ha sequestrato l’intera collezione e mi hanno accusato della ricettazione dei reperti, poi della loro illecita esportazione e alla fine perfino di aver rubato quelle pietre all’Italia”, ha raccontato la donna.
L’inchiesta passa per competenza alla Procura di Bolzano che ottiene un vincolo sulle selci “bene culturale”. Nel 2016, però, il Tar annulla il provvedimento. Lo scorso anno, il tribunale altoatesino ha dichiarato ogni reato prescritto e ha disposto che gli oggetti sequestrati “vengano restituiti”. “A gennaio sono andata a riprenderle, ma subito dopo mi è stato notificato un nuovo ordine di sequestro”, ha aggiunto la signora Perazzi. L’accusa è “tentato impossessamento” di reperti che, secondo i magistrati, sono proprietà dello Stato. Il Tribunale del Riesame, qualche settimana dopo, ha disposto la confisca in favore dei Beni culturali. Giuseppina, quindi, ha di nuovo perso tutto ma non vuole arrendersi: “Non mi arrendo. A costo di andare fino alla Corte europea”.


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