I 5 vulcani più temibili della storia: tra questi c’è anche lo Stromboli con le sue mastodontiche eruzioni

Lo Stromboli è uno dei vulcani più temibili della storia della geo-vulcanologia. Ma quali sono gli altri vulcani che hanno provocato disastri?

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“Una delle sette ventose Eolie, quella Stromboli, somiglia a una trottola, da cui ha preso anche il nome: dal greco strobilos/strombos, conservatosi ancora – e dove se no? – nel dialetto di Napoli, come strummolo. Il suo ventre è sempre vivo. Nella Sicilia orientale, arde l’Etna, con fauci aperte, imminente su Catania. E c’è pure il Vesuvio, sprofondato in un sonno minaccioso, che sovrasta la morte di Pompei ed Ercolano”

Questo diceva Predrag Matvejevic, riferendosi allo Stromboli, uno dei vulcani più instabili e più complessi da monitorare a causa delle sue attività incostanti. La geo-vulcanologia, da sempre, è una delle materie più affascinanti da scoprire, in quanto si basa su delle strutture geologiche generate in seguito ai movimenti della crosta terrestre e della tettonica delle placche, fenomeni che sono anche causa di molteplici terremoti.

In sostanza, si può affermare che un vulcano nasca a causa di alcune crepe della crosta terrestre, dalle quali emergono materiali solidi o fluidi ad altissime temperature: quando succede questo, il vulcano ha la capacità di provocare un disastro sulla zona circostante, tramite un’esplosione di portata variabile.

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Vulcano Stromboli

Nel corso della storia, si sono verificati vari tipi di esplosioni, ma 5 sono le eruzioni vulcaniche più terribili di sempre.

Al primo posto troviamo l’eruzione vulcanica più terribile dell’ultima Era glaciale, che ha avuto luogo in Indonesia, nell’aprile del 1815 dal vulcano Tambora. Oltre 100 km3 di materiale, 150 miliardi di m3 di roccia, cenere e altri materiali furono letteralmente “sputati” fuori dal vulcano indonesiano, 100 volte superiore a quella dell’eruzione del monte Sant’Elena del 1980. 12.000 persone morirono sul colpo e ci furono circa 80.000 vittime per fame e carestie dopo l’esplosione. Considerando che la nube di polvere rimase per lungo tempo all’interno degli strati dell’atmosfera, si verificò un radicale cambiamento climatico globale: inverni gelidi, estati pressocchè inesistenti, un depauperamento di enormi zone del globo. L’anno che seguì l’eruzione, il 1816, viene ricordato come “l’anno senza estate“.

Al secondo posto abbiamo il vulcano Krakatoa è un vulcano dell’isola indonesiana di Rakata, accanto alle celebri isole di Giava e Sumatra. E’ sempre stato uno dei vulcani più violenti di sempre, ma solo il 27 agosto del 1883 si verificò l’apice delle sue eruzioni, con una potenza del calibro di 200 bombe atomiche su Hiroshima, radendo al suolo due terzi dell’isola ed emettendo il frastuono più forte mai prodotto sulla terra, tanto che fu udito fino in Perth, in Australia, a 2.000 kilometri di distanza. L’eruzione del 1883  fu classificata con VEI pari a 6 (seconda solo alla esplosione del Tambora), provocando uno tsunami con onde di altezza pari a 40 metri, dove morirono più di 36.000 persone.

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Vulcano Stromboli

Il “terzo classificato” è un vulcano relativamente giovane, che vanta 1.397 m di altezza: il Mount Pelee. L’eruzione più devastante avvenne nel 1902, precisamente l’8 maggio: in tre minuti si liberò un’immensa nuvola incandescente color carbone di 1000 gradi di temperatura, che, librandosi in aria, raggiunse il mare rapidamente, ergendosi sulla città di Saint Pierre. 29.000 persone morirono, travolte da essa e soltanto 2 persone sopravvissero.

Il quarto vulcano più tremendo della storia esplose il 14 novembre del 1985, dopo ben 400 anni di silenzio tombale. Si tratta del Nevado del Ruiz, che fu classificato con VEI pari a 3. Al calore derivato dalla colata piroclastica del cratere del vulcano seguì lo scioglimento dei ghiacciai. Addirittura, dopo 4 colate di lava, la cittadina di Armero fu seppellita: le vittime ammontarono a 25.000, su 29.000.

Ma è il quinto vulcano il più “problematico” della storia, non tanto per le devastazioni provocate dalle sue eruzioni, quanto per l’attività instabile che, da 200.000 anni a questa parte, lo caratterizza. Lo Stromboli, agli albori della sua “carriera”, diede vita a dei complessi eruttivi di dimensioni mastodontiche: tra questi spunta l’edificio di Scari, che risale a ben 34.000 anni fa e non solo. Un edificio più recente e caratterizzato da depositi piroclastici e basaltici shoshonitici è il complesso di Vancori, risalente a 26.000 anni fa. Inoltre, Il settore nord-occidentale subì, tra 5.000 e 10.000 anni fa, un ulteriore collasso che cambiò radicalmente il paesaggio, “incidendo” una depressione a forma di cavallo che si estende fino a 2.000 m al di sotto del livello del mare.

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Vulcano Stromboli

Nell’ultimo secolo sono state registrate e analizzate 28 colate laviche, che vengono emesse dalle fratture eruttive della zona craterica nella Sciara del Fuoco (la cui composizione raccoglie da prodotti scoriacei a lave scure da vescicolarità ridotta). Eppure, anche nell’epoca moderna, lo Stromboli è tornato a “riaccendersi”. Il primo pomeriggio del 3 luglio 2019 i villaggi sottostanti lo Stromboli e Ginostra videro innalzarsi un’enorme colonna nera di gas, cenere e lapilli incandescenti che avevano oscurato il cielo sopra l’isola di Stromboli, nell’arcipelago eoliano, a nord della costa siciliana, di fronte a Milazzo.

Dopo l’evento, tutto era sembrato tornare alla normalità. Nessuno si sarebbe aspettato che la mattina del 28 Agosto 2019, precisamente alle ore 12.17, l’isola tornasse a tremare e il boato del vulcano tornasse a farsi sentire più forte che mai. Di nuovo, gli abitanti dei villaggi hanno visto una nuvola di fumo e fuoco innalzarsi in aria, affamata di vite umane.  I prodotti generati dall’esplosione sono precipitati in caduta libera su tutta l’area craterica per poi occupare la Sciara del Fuoco, rotolando verso la costa.

“Da un punto di vista generale, l’evento eruttivo che ha interessato Stromboli questa mattina è del tutto analogo a quello del 3 luglio, seppur con un’energia apparentemente minore. Tuttavia è ancora molto presto e servono analisi e rilievi in campo prima di stabilire le dinamiche e valutare le differenze rispetto al fenomeno precedente. Di certo, anche in questo caso non ci sono stati fenomeni che potessero anticipare o fare presagire una variazione dei parametri osservati”

Ha affermato Giorgio Capasso, primo ricercatore della sezione di Palermo dell‘Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.