Caso Imane Fadil: i pm escludono l’avvelenamento, è morta per aplasia midollare

Nessuna certezza sulla causa scatenante dell’aplasia midollare che ha ucciso Imane Fadil, ex modella di origine marocchina e teste del processo Ruby

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Nessun avvelenamento. Ma nemmeno nessuna certezza sulla causa scatenante dell’aplasia midollare che – la procura di Milano ne è certa – ha ucciso a 33 anni Imane Fadil, ex modella di origine marocchina e teste del processo Ruby, morta lo scorso primo marzo all’ospedale Humanitas di Milano.
La presenza di metalli pesanti nel sangue e di movimenti radioattivi nelle urine, uniti alla telefonata del 12 febbraio in cui la giovane diceva al suo legale di essere “sicura” di essere stata avvelenata, avevano portato i pm Tiziana Siciliano, Luca Gaglio e Antonia Pavan ad approfondire ogni ipotesi “senza lasciare nulla al caso“. Ma ora gli inquirenti sono arrivati alla conclusione che nessun intervento esterno abbia provocato l’aplasia fatale.
E’ Siciliano, nell’annunciare di aver chiesto ieri mattina l’archiviazione del fascicolo aperto per omicidio volontario, a smontare uno per uno gli indizi che avevano portato inizialmente a ipotizzare una mano terza nel decesso della ragazza.
Il primo elemento ad aver catturato l’attenzione, anche mediatica, e ad aver provocato l’allarme è stata la radioattività. I sintomi riportati da Fadil durante il ricovero (e non ancora decifrati dai medici), e cioè tra gli altri anemia, debolezza e astenia, risultavano “astrattamente compatibili” con un avvelenamento da radiazione. Un’ipotesi subito considerata “residuale” dagli inquirenti, e tuttavia doverosa di essere indagata.
Disgraziatamente – ha spiegato il procuratore aggiunto Siciliano ai cronisti – l’esame condotto su un campione di urina della paziente ha avuto un riscontro positivo, e i primari vi hanno individuato un movimento radioattivo di onde alfa con una frequenza vicina a quella del polonio“.
I tempi già lunghi degli accertamenti – che hanno poi escluso l’ipotesi di avvelenamento da sostanze radioattive – sono stati a quel punto dilatati ulteriormente dalla necessità di mettere in sicurezza medici e personale sanitario ed evitare contaminazioni. Un ulteriore elemento che ha portato con certezza a escludere la radioattività si è avuto quando, dopo l’autopsia, sono stati ripetuti gli stessi rilievi e anche quella piccola traccia iniziale di radioattività si è potuta ascrivere a una “anomalia tecnica del sistema“, per usare le parole dei pm.
Ma a quel punto c’era ancora da verificare la presenza di metalli pesanti nel sangue. I campioni ematici prelevati a fini amministrativi in concomitanza con ognuna delle trasfusioni a cui Fadil è stata sottoposta durante il ricovero – un “colpo di fortuna“, secondo Siciliano – hanno consentito di avere sotto mano l’andamento delle eventuali sostanze tossiche presenti nel sangue della paziente durante tutta la degenza. Agli occhi dei dottori è saltata all’occhio la piridina, sostanza a elevata tossicità che risultava presente in tutti gli organi della 33enne in quantitativi molto elevati.
Altra nota di allarme, dunque. Almeno finché non si è risaliti al fatto che si trattasse dei residui di un antibiotico assunto dalla ragazza proprio all’Humanitas durante le terapie: la sostanza viene rilasciata normalmente e senza alcun danno per l’organismo da diverse fonti, tra cui pesticidi ma anche, appunto, determinati tipi di antibiotici. Altri screening condotti giorno dopo giorno su Fadil hanno mostrato nel frattempo che la presenza di metalli pesanti nel sangue andava diminuendo. “Metodiche sofisticate – ha spiegato Siciliano – hanno potuto in questa fase portare a una catalogazione migliore di questi metalli, arrivando alla conclusione che vi era una presenza elevata di nichel e cromo, più elevata del normale, ma che la tossicità non poteva essere tale da giustificare né la malattia né la morte“.
Per la procura, dunque, è stata eliminata ogni possibile causa esterna di intossicazione o avvelenamento. Resta, tuttavia, il dubbio su cosa abbia provocato l’aplasia midollare, e cioè l’incapacità del midollo di produrre cellule sanguigne e piastrine, che ha portato l’ex modella al decesso dopo un mese di sofferenze. “Di questa patologia si contano 50 casi all’anno in Italia – ha precisato il pm Gaglio – spessissimo fatali“. Le cause scatenanti possono essere molteplici, anche un’infezione. Di sicuro, secondo gli inquirenti e i consulenti esterni da loro incaricati, la condizione di immunodeficienza di Fadil non le avrebbe permesso di sopravvivere alle due sole terapie utili a combattere l’aplasia: una terapia immunosoppressiva e un trapianto di midollo.
Quando la seconda biopsia midollare – il cui risultato è arrivato il 26 febbraio, tre giorni prima della morte – ha confermato la diagnosi di aplasia, era già troppo tardi per intervenire. “Nessuna delle due alternative – ha chiarito Gaglio – avrebbe assicurato la sopravvivenza della paziente, e a loro volta si trattava di terapie molto rischiose, che avrebbero potuto provocare la morte della ragazza nelle condizioni in cui era. C’erano più probabilità di decesso somministrando la terapia invece che senza“.