“Ha rivelato un’oscura profezia”: il serpente che si morde la coda svelerebbe il segreto del tempo

Il "segreto" del tempo può essere svelato da Uroboro, il serpente che si morde la coda, simbolo della ciclicità del tempo

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“Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”

La prima idea di “Eterno Ritorno” è possibile farcela grazie a questo trafiletto ad esso dedicato nel La gaia scienza del 1882. L’eterno ritorno dell’uguale fu elaborato, in filosofia, da Friedrich Nietzsche, il quale diede finalmente una definizione a quel concetto di tempo ciclico, il medesimo della filosofia stoica, per cui l’universo rinasce e rimuore in base a cicli temporali fissati e necessari, ripetendosi all’infinito senza mai mutare in qualsiasi modo.

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“Questo concetto è il pensiero più abissale della filosofia di Nietzsche, [una teoria che] sta in una singolare penombra. Apparentemente manca di una precisa rielaborazione e impronta concettuale; è più simile a una oscura profezia, alla rivelazione divinatoria di un segreto, che a una rigorosa esposizione filosofica”

Questo è ciò che rappresenta l’Eterno Ritorno per  Eugen Fink ( 1905-1975 ), filosofo e fenomenologo tedesco, persuaso del fatto che Nietzche, più comunemente conosciuto come Nice, abbia voluto rivelare un’oscuro segreto di natura divinatoria che esprimere un concetto filosofico alla stregua di tanti punti cardine del suo pensiero.  C’è da dire che il filosofo ebbe elaborò questa teoria nel corso del suo soggiorno in Engadina:

“Nell’estate del 1881 Nietzsche, che all’epoca ha 37 anni, si trova a Silvaplana in Engadina, un luogo di montagna vicino a un bellissimo lago dove passeggia nel pomeriggio, mentre le sere scrive. Durante una passeggiata, Nietzsche ha questa immagine del tempo che lo spaventa e lo attrae, l’immagine dell’eterno ritorno: visto che il mondo è composto da un numero infinito di elementi e questi elementi non si creano e non si distruggono e allora per forza di cose questi elementi dovranno riaggregarsi nella stessa maniera per un numero infinito di volte”.

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Il simbolo dell’intuizione di Nietzche è Uroboro, il serpente che si morde la coda, simbolo esoterico della ciclicità del tempo. Proprio il filosofo fa un riferimento al “serpente” in Così parlò Zarathustra:

“Un’aquila volteggiava in larghi circoli per l’aria, ad essa era appeso un serpente, non come una preda, ma come un amico: le stava infatti inanellato al collo”.

L’eterno ritorno può soffocare la volontà, poiché si ha la consapevolezza che tutto, al di là di ogni pensiero e azione, si ripeterà in eterno ma, dall’altra parte, può ridare speranza, in quanto ogni nostra scelta (anche la più apparentemente insignificante) continuerà a vivere oltre la nostra vita, all’infinito. Quindi, attenendoci a questa argomentazione, ogni piccola azione quotidiana entrerà nel “serpente dell’eternità“:

“La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava invano! Non riusciva a strappare il serpente dalle fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: “Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi” (…). Non più pastore, non più uomo, – un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso un uomo, come lui rise!”

Dunque,  l’eterno ritorno non rappresenta una condanna a ripetere in eterno:

“Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione […]. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”. Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina”?”

ma la consapevolezza della realtà in quanto identificazione di essere e divenire:

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“Il rapporto sintetico che l’attimo ha con sé in quanto presente, passato e futuro fonda il rapporto con gli altri attimi. L’eterno ritorno è così la risposta al problema del passare; esso perciò non va interpretato come ritorno di un qualcosa, di un uno o di un medesimo. Intendere l’espressione “eterno ritorno” come ritorno del medesimo è un errore, perché il ritornare non appartiene all’essere ma, al contrario, lo costituisce in quanto affermazione del divenire e di ciò che passa, così come non appartiene all’uno ma lo costituisce in quanto affermazione del diverso o del molteplice. In altre parole, nell’eterno ritorno l’identità non indica la natura di ciò che ritorna, ma, al contrario, il ritornare del differente; perciò l’eterno ritorno dev’essere pensato come sintesi: sintesi del tempo e delle sue dimensioni, sintesi del diverso e della sua riproduzione, sintesi del divenire e dell’essere che si afferma dal divenire, sintesi della doppia affermazione. L’eterno ritorno, allora, non dipende da un principio di identità ma da un principio che, per tutti questi aspetti, deve soddisfare le esigenze di una vera ragione sufficiente”.

Decisamente una delle teorie più affascinanti della storia della filosofia!