“Nel prossimo secolo dovremmo aspettarci un altro conflitto internazionale che uccide decine di milioni di persone, come la II Guerra Mondiale ha fatto il secolo scorso? Quali sono le probabilità che si verifichi un evento simile? Quali sono i fattori politici e sociali sottostanti che governano questa probabilità nel tempo? Queste domane riflettono un mistero centrale nel conflitto internazionale e nell’arco della civiltà moderna. Dal 1945, ci sono state relativamente poche grandi guerre tra stati, soprattutto rispetto ai 30 anni precedenti, che hanno incluso entrambe le Guerre Mondiali. Questo modello, a volte chiamato la lunga pace, è altamente controverso. Rappresenta una tendenza duratura causata da un vero cambiamento nei processi che generano i conflitti? Utilizzando le distribuzioni empiriche delle dimensioni delle guerre interstatali e i tempi di inizio dal 1823 al 2004, parametrizziamo i modelli stazionari della generazione dei conflitti che possono distinguere le tendenze dalle fluttuazioni statistiche”. Sono queste le premesse di uno studio sulle tendenze e sulle fluttuazioni nella gravità delle guerre interstatali, condotto da Aaron Clauset (University of Colorado, Boulder) e pubblicato su Science Advances.
“L’assenza di una grande guerra tra grandi potenze e le relativamente poche grandi guerre di qualsiasi tipo dalla fine della II Guerra Mondiale sono un innegabile traguardo internazionale. Tuttavia, la persistenza di questo modello di pace è stata un mistero centrale nella ricerca sui conflitti per diversi decenni. Dall’altro lato, un importante numero di studiosi presenta un’argomentazione convincente sul fatto che la pace del dopoguerra rifletta una genuina tendenza sulla base dei meccanismi che riducono la probabilità di guerre e di segnali statistici di un ampio declino nella violenza generale lungo secoli o sul miglioramento di altri aspetti del benessere umano. Tuttavia, concentrandosi soli sui meccanismi che spiegano una tendenza verso la pace si commette un errore scientifico. Un resoconto completo della probabilità che la lunga pace persista deve considerare non solo i meccanismi che riducono la probabilità di guerre ma anche i meccanismi che la aumentano”.
“Questa analisi svela che il modello di pace del dopoguerra non stupisce notevolmente. Allo stesso modo, lunghi periodi di relativa pace sono comuni nelle statistiche naturalmente variabili delle guerre tra stati. Il modello più insolito negli ultimi due secoli non è un lungo periodo di relativa pace ma il periodo fortemente violento che l’ha preceduto (in cui si è verificato il 42% delle grandi guerre nel 15% del tempo totale). Questo periodo è stato così violento su un periodo di tempo così breve che la lunga pace successiva ha semplicemente bilanciato i libri statistici, rendendo completamente plausibile che i tempi e le dimensioni delle guerre interstatali dal 1823 sono state generate da un processo stazionario. Quindi la lunga pace non è di per sé la prova di un cambiamento nei meccanismi sottostanti che generano i conflitti. Questa analisi stima che il modello del dopoguerra di relativa pace dovrebbe persistere nella sua forma attuale per almeno altri 100 anni prima che diventi statisticamente insolito al punto da giustificare l’affermazione secondo cui rappresenta una tendenza reale. Anche l’indice di pericolo annuale di una nuova guerra interstatale è stazionario, nonostante i cambiamenti in molti fattori rilevanti”.
“Questi risultati minano l’ottimismo del liberalismo, implicando che gli enormi sforzi dopo la II Guerra Mondiale per ridurre la probabilità di grandi guerre interstatali non hanno ancora cambiato le statistiche osservate al punto da dire se stanno funzionando o meno. Questo non riduce il valore del raggiungimento della lunga pace perché la gravità di una grande guerra tra grandi potenze che utilizzano la moderna tecnologia militare potrebbe essere molto ampia e ci sono benefici reali, oltre alle vite salvate, che sono derivati da maggiori rapporti economici, dalle alleanze in tempo di pace e dalla diffusione della democrazia. Questa analisi indica che nessuna delle variazioni nella frequenza e nella gravità delle guerre dal 1823 siano tendenze statisticamente plausibili”.
“Se le statistiche delle guerre interstatali sono davvero stazionarie, il rischio nel prossimo secolo di una guerra molto grande è spiacevolmente alto. Questi risultati sottolineano quindi l’importanza di sforzi continui per garantire che la pace duri e per impedire che le fragili istituzioni o i fragili sistemi che promuovono la pace cadano di fronte ai processi stabili o continenti che guidano la produzione di una guerra. Gran parte di questo lavoro deve essere compiuta sul piano politico. A lungo termine, tuttavia, la ricerca svolgerà un ruolo cruciale, sviluppando e valutando le spiegazioni meccanicistiche, idealmente su scala di sistema, della probabilità di guerra, che aiuteranno a fare nuova luce su quali politiche a quali scale promuovono la pace”.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?