I media francesi hanno dato notizia nei giorni scorsi di una terribile vicenda avvenuta ad Aubrives, nelle Ardenne francesi, dove una donna, madre di quattro figli, è stata trovata morta nel bagno della sua abitazione. Sul caso stanno indagando le forze dell’ordine, ma a quanto pare ad averla uccisa sarebbe stata una vera a propria folgorazione da scarica elettrica, mentre si trovava nella vasca da bagno. Secondo le prime ricostruzioni, la donna avrebbe messo il proprio smartphone a caricare sulla vasca; non si sa ancora come ma il telefono è finito in acqua, dove è stato poi ritrovato, causando un corto circuito che le è stato fatale.
«L’acqua è un conduttore di corrente ed è il motivo che ha scatenato la tragedia. Se il telefono non fosse stato collegato a una fonte di energia da 220 volt non sarebbe successo nulla», ha spiegato un esperto ai media francesi. Questo perché all’interno dei moderni smartphone, come si legge sullo Sportello dei Diritti, c’è una batteria che non rilascia corrente verso l’esterno anche quando il dispositivo è acceso. Sono infatti sempre più numerosi i dispositivi con certificazione IP67 o IP68, in grado di resistere a cadute accidentali in acqua o a immersioni più profonde e durature, fino a 3 metri e a 60 minuti. Nel caso della vittima francese, il problema è sorto per via della connessione del cellulare ad una sorgente elettrica.
Ma, si legge ancora, c’è un però: la potenza da 220 volt di cui parla l’esperto non viene trasferita, totalmente, al cellulare perché ridotta e canalizzata dal trasformatore inserito nel caricabatterie. Al contrario, avremmo smartphone bruciati al primo caricamento. Le cause, dunque, vanno allora ricercate altrove. Lo smartphone di per sé non veicola elettricità. Anche se fosse agganciato alla presa a muro e da questa si staccasse per finire in acqua, la quantità di corrente che dalla porta di alimentazione passa per il cavetto non sarebbe tale da causare una folgorazione (si parla di 3 volt). Diversamente, invece, porte difettose o cavi sbucciati con parti scoperte indurrebbero esiti fatali, ma sono solo ipotesi che le indagini dovranno chiarire.
Una possibilità, la principale da vagliare, è quella della caduta in acqua di tutto il caricatore, i cui “dentini” potrebbero essere il presupposto del passaggio di corrente da una fonte primaria attraverso il conduttore, e da qui alla persona immersa. Una potenza sicuramente minore di 220 volt, ma resa rischiosa da alcune condizioni, come l’assenza di un salvavita. Ed è quanto successo nel 2017 ad una ragazza di Crotone, folgorata da una ciabatta caduta nella vasca, alla quale era attaccato un telefonino in ricarica. Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, si tratta dell’ennesimo caso segnalato e rimbalzato alle cronache circa i rischi connessi all’uso di telefonini e smartphone che sono diventati oggetti insostituibili nella vita di ognuno di noi. Proprio per questo, è necessario che le case produttrici adottino maggiori accorgimenti, anche in termini d’informazione ai consumatori per evitare che si ripetano casi analoghi.


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