Cosa succede al corpo se si mangiano banane molto mature?

Mangiare banane "potrebbe potenzialmente aiutare a prevenire patologie legate allo stile di vita e lo sviluppo di tumori"

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Forse vi sarà capitato di imbattervi, scorrendo l’homepage di Facebook o di un altro social network, in un’immagine che rappresenta una serie di banane messe in fila dalla più acerba, completamente verde, alla più matura, con la buccia coperta da piccole macchie scure. Nell’ultimo periodo ha infatti ripreso a girare una notizia, già diventata virale qualche anno fa, secondo cui le banane più mature – quindi proprio quelle che più sono ricoperte di macchie – conterrebbero delle proteine che le renderebbero un efficace agente anti-cancro. A supporto di questa tesi vengono quasi sempre riportati i risultati di uno studio giapponese del 2009 che aveva effettivamente analizzato le diverse capacità di questi frutti di modificare i processi biologici in relazione alla varietà e al grado di maturazione [1]. I risultati della ricerca, tuttavia, sono stati fraintesi“: lo spiegano in un approfondimento gli esperti di “Dottoremaeveroche”, il sito antibufale della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici.

Perché si ritiene che mangiare banane mature aiuti a combattere il cancro?

Lo studio sopra citato “era finalizzato a indagare la capacità delle banane, prendendo in considerazione diverse varietà e gradi di maturazione, di influenzare le risposte biologiche del corpo umano. I risultati della ricerca, pubblicati sulla rivista Food Science and Technology Research (non esattamente la più autorevole nel campo e comunque non più attiva dal 2018), avevano messo in evidenza come al progredire del processo di maturazione del frutto aumentasse la concentrazione di TNF-alfa (fattore di necrosi tumorale alfa), proteina prodotta dal nostro organismo durante le infiammazioni acute e in grado di inibire i processi molecolari che portano alla nascita e allo sviluppo delle cellule tumorali [2].

Ma allora è vero che le banane particolarmente mature curano i tumori?

In realtà “non esistono dati a supporto di questa tesi. Gli stessi autori dello studio giapponese parlano solo di un possibile effetto protettivo associato al consumo di questo frutto, ma solo, appunto, in termini preventivi. Nelle loro conclusioni, infatti, scrivono: “Data l’associazione tra effetti immunostimolatori e antiossidanti, l’assunzione orale di banane potrebbe potenzialmente aiutare a prevenire patologie legate allo stile di vita e lo sviluppo di tumori”. Come spesso accade, tuttavia, questa affermazione è stata estrapolata dal contesto e posta in termini entusiastici da alcuni media. Il rischio in questi casi è che la diffusione di queste informazioni possa portare alla creazione di false aspettative da parte dei pazienti o addirittura convincere qualcuno ad affidarsi a semplici cambiamenti nella dieta per combattere patologie come il cancro, rinunciando a trattamenti che sono invece di comprovata efficacia.”

Cosa dice la scienza sulla relazione tra consumo di frutta e cancro?

È opinione comune ritenere che “un elevato consumo di frutta e verdura riduca il rischio di sviluppare un tumore. In realtà i dati relativi a questa associazione sono spesso contrastanti o di difficile interpretazione. Ad esempio, nel 2009 l’epidemiologo Carlo La Vecchia dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri – IRCCS di Milano ha indagato la relazione tra dieta Mediterranea e rischio di cancro integrando i risultati di vari studi, per un totale 20.000 casi clinici e 18.000 soggetti di controllo. Dai risultati il consumo di frutta è risultato associato a una minore probabilità di sviluppare un tumore a livello gastrointestinale o delle vie urinarie, mentre non è emersa alcuna relazione con i tumori del seno, del tratto genitale femminile o della prostata [3]. In modo simile, una revisione pubblicata nel 2001 sul British Journal of Cancer da Tim Key della Cancer Epidemiologic Unit dell’Oxford University ha concluso che, nonostante una dieta sana debba prevedere una certa dose di frutta e verdura, aumenti nel consumo di queste tipologie di alimenti non hanno effetti rilevanti in termini di protezione dal cancro, almeno per quanto riguarda le popolazioni ben nutrite. Key conclude quindi che “i consigli relativi alla relazione tra dieta e tumori dovrebbero sì raccomandare di assumere quantità adeguate di frutta e verdura, ma dovrebbero porre più enfasi sui rischi – ben noti e scientificamente dimostrati – associati all’obesità e a un elevato consumo di alcol” [4].

In generale, quella di includere un certo quantitativo di frutta e verdura nella propria alimentazione rimane una scelta associata a benefici per la salute. Secondo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ad esempio, all’interno di una dieta caratterizzata da un basso apporto di grassi, zuccheri e sale è opportuno includere almeno 400 grammi di frutta e verdura. Infatti, è ormai ampiamente accettato come il consumo di questo tipo di alimenti si associ a un rischio minore di sviluppare molte patologie, come quelle cardiovascolari, l’obesità e il diabete [5,6,7],” concludono gli esperti.

Bibliografia

  • 1 . Iwasawa H, Yamazaki M, “Differences in biological response modifier-like activities according to the strain and maturity of bananas”. Food Science and Technology Research 2009; 15: 275-82
  • 2 . Idriss HT, Naismith JH, “TNF alpha and the TNF receptor superfamily: structure-function relationship(s)”. Microscopy Research and Technique 2000; 50: 184-95
  • 3 . La Vecchia C, “Association between Mediterranean dietary patterns and cancer risk”. Nutrition Reviews 2009; 67: S126-S129
  • 4 . Key TJ, “Fruit and vegetables and cancer risk”. British Journal of Cancer 2011; 104: 6-11
  • 5. WHO/FAO. Report of a joint World Health Organization/ Food and Agriculture Organization expert consultation. Diet, nutrition and the prevention of chronic disease. Technical Report series 916, 2003.
  • 6. DGAC. Dietary Guidelines Advisory Committee. Scientific Report 2015.
  • 7. Slavin JL, Loyd B. Health Benefits of Fruits and Vegetables. Advances in Nutrition 2012; 3: 506–16