Massimiliano Delferro, il chimico che studia come scomporre e riutilizzare la plastica: “Dal platino il primo passo, nuove soluzioni in futuro”

"Immagino uno spettro di soluzioni che trasformeranno il recupero della plastica in una opportunità, anche economica", ha detto il chimico, tra gli autori di un nuovo studio

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Oggi la plastica è diventata un grande nemico dell’ambiente, soprattutto per quanto riguarda l’inquinamento degli ambienti marini. Il fatto che esista questo problema non significa però che la plastica, che oggi utilizziamo quasi per tutto, sia un materiale da eliminare. Anzi, significa che bisogna lavorare di più per scoprire metodi e processi che eliminino questo problema senza privarci di un materiale che, dalla sua invenzione, ha migliorato di molto la vita dell’uomo.

Molti la demonizzano, ma è un materiale straordinario, che ha cambiato in meglio le nostre vite, dagli apparati biomedicali al packaging alimentare“, afferma il chimico Massimiliano Delferro, ricercatore, laureato a Parma nel 2005 e ora leader di un gruppo di scienziati agli Argonne National Laboratories di Chicago, il cui primo direttore è stato Enrico Fermi. L’obiettivo di Delferro è quello di “riuscire a scomporre i polimeri per farne qualcosa di utile”, riporta Repubblica, aggiungendo che “pochi giorni fa ha firmato, insieme a ricercatori di altri laboratori e università americane, uno studio che può rivoluzionare il recupero e il riciclo delle polioefine: polietilene, polistirolo, polipropilene, insomma alcune delle plastiche più diffuse”.

Credit: Argonne National Laboratory/Mark L. Lopez

In un’intervista per Repubblica, il chimico ha spiegato lo studio: “Abbiamo trovato un sistema per rompere in modo controllato e selettivo le lunghe catene che compongono questi polimeri, così da avere prodotti che possono essere usati come lubrificanti per motori, e cere che possono essere successivamente trasformate in detersivi o cosmetici. Dipende da quello che serve al mercato in quel momento“.

Rispetto alla differenza con altri sistemi, come la pirolisi, l’esperto ha precisato: “Con la pirolisi si arriva a temperature molto alte, 500 gradi centigradi, mentre noi ci teniamo al di sotto dei 300. Ma soprattutto la pirolisi produce una rottura casuale dei legami carbonio-carbonio. Il risultato è la produzione di un insieme di sottoprodotti che possono essere utilizzati come gasolio, cherosene o altro. E che comunque, una volta reimmessi nel ciclo produttivo, finiscono per contribuire alla crescita dei gas serra. Noi abbiamo cercato di creare un processo che fosse davvero di economia circolare. Abbiamo cercato un materiale, un catalizzatore, che facilitasse la rottura controllata dei legami chimici tra atomi di carbonio, in modo da poter scegliere noi la lunghezza della catena finale. L’abbiamo trovato nel platino, che indebolisce il legame e permette a un atomo di idrogeno di infilarsi tra due di carbonio“.

Credit: Argonne National Laboratory/Mark L. Lopez

Al momento non è una reazione conveniente dal punto di vista economico ed energetico “perché il platino è un metallo prezioso ed estremamente raro. Ma questo è il primo passo. I prossimi consisteranno nel trovare alternative più economiche, per esempio nel nichel. E nel capire come quello che ha funzionato in laboratorio, su pochi grammi di plastica, possa essere replicato su scala industriale“.

Delferro ha ribadito l’importanza e l’utilità della plastica nonostante sia sotto i riflettori come grande nemico dell’ambiente: “La plastica, anzi le plastiche sono state una grandissima invenzione. Per 70 anni si è studiato come sintetizzarne di nuove, con caratteristiche sempre diverse per far fronte alle nuove esigenze delle aziende e dei consumatori. Ora, solo da pochi anni, ci stiamo ponendo il problema opposto: come scomporle in modo da riutilizzarle e salvare l’ambiente. È ancora presto per pensare di avere la soluzione definitiva. Non ce ne sarà una sola. Immagino uno spettro di soluzioni che trasformeranno il recupero della plastica in una opportunità, anche economica. A cominciare dalla nostra proposta: un giorno quando si cambierà l’olio della macchina, il 50% potrebbe essere stato estratto dalla plastica usata per confezionare alimenti“.

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