Il lato oscuro e pericoloso del terremoto: il radon, il gas presente nelle nostre case che è tra le prime cause di morte prematura in Italia

Il radon, il suo nesso con il terremoto e la sua pericolosità per la salute pubblica: basta poco per eliminarlo dalle nostre case e dalle nostre scuole

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Riportiamo integralmente un post pubblicato sulla propria pagina Facebook dal prof. Antonio Moretti, geologo ed esperto di storicità dei terremoti, in merito ad un argomento di rilevante interesse pubblico: la presenza di radon nelle case e nelle scuole italiane. Radon la cui fuoriuscita dalla crosta terrestre è facilitata da quegli stessi movimenti del sottosuolo che causano anche i terremoti ed è per questo che molto spesso la presenza di questo ed altri gas è stata considerata un segno precursore di un evento sismico.

Il Business del RADON.

È di questi giorni la notizia, riportata da vari giornali del sud, dei risultati di una campagna per la misura del radon “indoor” eseguita sistematicamente in tutte le scuole della regione su incarico dell’amministrazione regionale pugliese.

radonSi tratta sicuramente di una azione utile, anzi, necessaria per riconoscere la presenza sul territorio di sorgenti radioattive naturali, ed in particolare del gas radon che è tra queste l’elemento più pericoloso per la salute umana. Già anni fa il GEOLAB, il Laboratorio di Geologia, Sismologia e Radioprotezione dell’università dell’Aquila, richiamandosi alla direttiva 96/29/EURATOM in materia di protezione sanitaria della popolazione e dei lavoratori contro i rischi derivanti dalle radiazioni ionizzanti, propose all’allora Assessore dell’Ambiente Massimo Desiati una mappatura sistematica del territorio abruzzese con alta suscettibilità al radon ed ad altri radionuclidi naturali. Questa mappatura sarebbe stata eseguita dall’Università con alta professionalità e costi molto ridotti, approfittando sia dell’esperienza decennale acquisita dal nostro personale scientifico in Abruzzo ed in altre regioni, sia con l’aiuto di studenti in tesi che avrebbero potuto così formarsi un’esperienza professionale.

La proposta rimase lettera morta perché insorse l’ARTA Abruzzo, che partorì immediatamente un “progetto casa sicura” che mi risulta non abbia avuto alcun seguito utile se non l’assunzione di decine di giovani ingegneri e fisici (sic!) nei meandri del progetto. Non era prevista la presenza di laureati in Scienze dell’Ambiente, Geologia e Biologia.

Prima di entrare nel caso specifico della regione Puglia (che almeno qualcosa ha fatto!) cerco di riassumere brevemente gli elementi più importanti del problema.

Il radon (Rn) è un gas radioattivo che si produce continuamente per il decadimento di uranio e torio (U e Th). Il decadimento non è diretto (padre->figlio) ma si realizza attraverso una lunga catena di isotopi intermedi a vita relativamente breve tra cui torio, radio, radon, thoron, polonio, attinio, bismuto, tallio ecc., per giungere infine alla fase stabile del piombo. In questa lunga catena gli isotopi sono tutti radioattivi fino alla fase finale, ma per fortuna non tutti ugualmente pericolosi per la salute umana e, soprattutto, ben pochi di loro hanno le caratteristiche necessarie per venire in contatto con il nostro organismo.

Babbo Uranio e lo Zio Torio hanno vita molto lunga, miliardi di anni, e se ne stanno comodamente rintanati nel mantello e nelle rocce della crosta profonda. Sono loro che, decadendo pigramente, generano quel calore interno che scalda le rocce e tiene in vita l’attività tettonica e vulcanica del nostro pianeta. Ogni tanto si avvicinano alla superficie, comodamente trasportati da alcuni tipi di magmi sotto forma di minerali vulcanici. E qui cominciano già a dividersi. Lo Zio Torio è molto pigro, si associa con altri elementi di poca iniziativa e forma minerali stabili e pesanti (monaziti, zirconi) che si accumulano nei sedimenti o tornano nelle rocce profonde dove possono riposare altri miliardi di anni. Anche egli produce un gas radioattivo, il thoron, che però ha vita molto breve (55sec) e quindi ha poche occasioni di sfuggire dai sedimenti e venire ad infastidire gli esseri umani. È molto più fastidioso per gli scienziati perché spesso è difficile distinguerlo dal radon, tanto che molti ricercatori improvvisati fondano “previsioni” inattendibili proprio sulle variazioni di thoron anziché su quelle di radon.

Papà Uranio invece ha una vita più movimentata. Sonnecchia anche esso nelle rocce ignee, in particolare quelle ricche di elementi “incompatibili” come il potassio, ma se queste nel tempo vengono aggredite e degradate dagli agenti atmosferici, ne approfitta per fuggire dalla sua prigione vulcanica e scappa nelle acque di falda, soprattutto se queste sono leggermente acide e ricche in ossigeno, per fermarsi poi, quando trova le condizioni giuste in accumuli chimici o biochimici in determinati strati sedimentari molto più superficiali. Preferisce i fosfati, per cui in Appennino è spesso presente come fosfato di uranio in alcuni strati ricchi di scheletri fossili di pesci (è in caso di Tornimparte vicino all’Aquila). Naturalmente gli appassionati sgranocchiatori di pesci fossili sono molto rari, per cui anche in questo caso la probabilità che l’uranio entri in contatto diretto con il nostro organismo è molto bassa.

Babbo Uranio però ha un figlio maggiore un poco più avventuroso, Radio, il quale, oltre ad essere molto più attivo (tanto da essere luminoso la notte, come un liceale fatto di coca) è fortemente solubile nelle acque. In più è chimicamente simile al calcio e come questo tende a formare solfati e carbonati che, in determinate condizioni di diete povere in calcio ed in individui in età di sviluppo, possono venire metabolizzati ed incorporati dall’organismo. Purtroppo questa è una delle ipotesi più drammatiche che può portare a neoplasie ossee, leucemia, gozzo ed altre malformazioni caratteristiche a seconda dove sia la sede ove vanno a localizzarsi i radionuclidi interni.

La pericolosità di radio ed uranio è ben nota, e rilevarne la presenza nelle acque potabili è piuttosto semplice, molto più che rilevarne gli inquinanti chimici e biologici: basta mettere alcune gocce di liquido “scintillante” in una piccola quantità di acqua presa come campione e contare le eventuali tracce luminose. Qualcuno di voi ha mai sentito un comune che richieda al proprio gestore idrico una simile prova?

Ma lasciamo l’acqua e Noè alla loro sorte e torniamo a Babbo Uranio, il quale ha un nipotino ancora più scavezzacollo: Radon, a sua volta figlio di Radio. Radon è un gas e come tale tende a sfuggire al controllo della sua granitica famiglia. In più è un gas NOBILE, di quelli col nasino all’insù per intenderci, e non ha certo la minima intenzione di confondersi con tutti i volgari elementi chimici contenuti in questa massa fangosa che noi chiamiamo Terra. Sempre giovane e birichino (nasce e muore in pochi giorni) cerca di scappare dalle profondità della litosfera approfittando delle numerose fratture che continuamente si formano nella crosta terrestre, così come l’acqua in un vaso di coccio tende a gocciolare dalle crepe della terracotta. Non scappa da solo naturalmente, spesso lo accompagnano Elio (nobile anche lui..) insieme ad Anidride Carbonica e Metano (una coppia di ben meno blasonate origini) e spesso anche alla più popolana di tutti, la puzzolente anidride solforosa.

Proprio sull’analisi di queste fughe dal profondo si basano le tecniche di misura dello stato di stress delle faglie profonde. Maggiore è lo sforzo cui le fratture sono sottoposte, con maggiore intensità l’allegra comitiva dei gas risalirà verso la superficie portandoci preziose informazioni sull’avvicinarsi di una rottura. Purtroppo, in superficie già albergano folle di parenti radioattivi ben ambientati in ogni angolo del suolo, per cui il messaggio profondo lanciato dal pianeta deve essere raccolto ed ascoltato con grande prudenza ed attenzione. Qui, soprattutto, geologi e geochimici devono lavorare assieme per individuare i punti di risalita più opportuni per l’analisi delle emissioni. Se avete seguito fin qui, avrete capito che la previsione dei terremoti non è roba per dilettanti allo sbaraglio.

Torniamo in superficie, anzi, proprio nelle nostre case. Come abbiamo visto il nostro bricconcello radioattivo, quale che sia la strada che ha seguito, è libero di scorrazzare nelle fratture rocciose verso l’ambiente esterno. Una parte si libera dal suolo e, trasportato dai venti si libra oltre i continenti, portando agli studiosi dell’atmosfera importanti informazioni sulle correnti oceaniche di alta quota.

Un’altra parte però, mentre tenta di sfuggire delle fratture del suolo, incontra alcuni ostacoli inaspettati ed è costretto ad intrufolarsi tra fondamenta, vespai, solai, fosse settiche, tubi dei servizi, laterizi e murature, fino a trovare qualche spazio tranquillo dove potersi riposare. Qui può incontrare altri fratelli che si liberano dall’acqua di rubinetti e docce, mentre altri già li aspettavano nascosti nei materiali delle murature. Essendo piuttosto pesanti di natura, tutti i componenti della famiglia preferiscono comunque rimanere nei locali vicino al suolo dove, se non sufficientemente aereati, possono accumularsi e dare luogo ad una numerosa progenie di pulviscolo radioattivo fino a raggiungere concentrazioni che possono essere molto pericolose (per noi..).

E finalmente eccoci arrivati al famoso radon “indoor”, da cui eravamo partiti.
Abbiamo visto che i fluidi profondi, quelli utili come possibili traccianti geochimici per individuare eventuali fenomeni precursori di eventi naturali pericolosi (terremoti, eruzioni ecc.) sono limitati a poche vie di fuga caratteristiche di precise condizioni geologiche (faglie ecc.).

D’altro canto, le rocce superficiali possono essere sede di vaste e diffuse concentrazioni di minerali radioattivi che possono dare luogo ad emanazioni di gas radon e thoron dal suolo le quali a loro volta possono costituire significativi rischi per la salute. E un dato che l’accumulo di gas radon in ambiente domestico costituisce uno dei principali motivi di morte prematura nel nostro paese.

Prima di accingerci quindi alla meritevole impresa di misurare palmo a palmo tutto il territorio nazionale alla ricerca delle zone a rischio (si definisce “suscettibilità al radon” l’attitudine o meno di un suolo a liberare Radon nell’ambiente), è opportuno definire su base geologica quali siano le zone maggiormente a rischio sulle quale concentrare prioritariamente le risorse. Questo può essere fatto in breve tempo utilizzando semplicemente la cartografia geologica esistente, con spesa molto modesta. (Purtroppo quando si tratta di spese modeste i pubblici amministratori storcono il naso. Chissà perché preferiscono quelle faraoniche…)

Vi sono, in prevalenza sul margine adriatico, ampie plaghe arenaceo-argillose dove il gas radon, se pur vi fosse presente, non potrebbe sfuggire dal suolo per l’impossibilità di attraversare gli strati impermeabili. Vi sono terreni di tipo alluvionale per loro natura poveri di sedimenti uraniferi. Vi sono terreni calcarei come quelli appenninici e pugliesi, di loro natura poveri in uranio, dove però alcune condizioni locali (faglie, livelli di fosfati sedimentari, concentrazioni di polveri vulcaniche) possono condurre ad elevati flussi di radon dal suolo. Vi sono infine province ricoperte da coltri vulcaniche recenti, di natura tale che la presenza di uranio e radon in elevatissimi valori è inevitabile.

I passi successivi dovrebbero essere:

Dove il suolo rende molto probabile alte concentrazioni di radon (personalmente ho misurato 12.000 Bq/m3 in una cantina di Orvieto, a fronte dei 300 indicati dalle direttive Euratom) è opportuno procedere immediatamente all bonifiche (ne riparliamo nel seguito).

Dove è possibile avere concentrazioni localizzate (Abruzzo, Puglia ecc.) è necessario avviare campagne di rilevamento sistematiche (come ha fatto la regione Puglia), cercando di rivolgere l’attenzione in prima istanza alle aree geologicamente più esposte.

Dove le condizioni geologiche indicano un rischio molto basso od assente, rimandare il rilevamento ad un secondo tempo, magari iniziando con rilevamenti a maglia larga per meglio definire le condizioni del suolo.

In ultimo, dove venissero rilevate nelle aule o nelle abitazioni anomalie significativamente superiori ai massimi raccomandati, niente panico e soprattutto niente interventi faraonici fatti apposta per arricchire qualche furbacchione ben ammanigliato… non fatevi fregare i vostri soldi!

Per bonificare un’aula od una palestra è sufficiente aprire le finestre la mattina prima dell’arrivo degli studenti, magari posizionando un dosimetro all’interno (costo 100 euro..) in grado di avvertire il superamento di una determinata soglia di attenzione. Il radon impiega un paio di settimane per raggiungere i valori massimi.

Se poi qualcuno si trovasse nella sfavorevole situazione di vivere in prossimità di un’area con possibile suscettività al radon, si ricordi che in casa si passano molte più ore che non a scuola. Il rimedio è sempre lo stesso: finestre aperte ed un piccolo dosimetro da 100 euro“.