Rigopiano, archiviazione per 22 indagati. Papà di una vittima: “Presi in giro dalla giustizia, alla fine la colpa sarà di chi stava in hotel”

"Alla fine la colpa sarà di chi stava in hotel, di chi lavorava a Rigopiano e di chi ci è andato in vacanza. Mi sento preso in giro dalla giustizia"

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Ai politici non fu indicata dai responsabili tecnici dell’ente “la necessità di procedere nel più breve tempo possibile, alla formazione di una Carta di localizzazione probabile delle valanghe (CLPV) estesa anche all’area del comprensorio di Farindola/Rigopiano“. Con queste argomentazioni il gip del tribunale di Pescara, Nicola Colantonio, motiva l’archiviazione di ex governatori ed ex assessori alla Protezione civile in riferimento al filone dell’inchiesta riguardante la mancata realizzazione della Carta valanghe. Il giudice poi osserva che “i politici (presidente di Regione e assessore delegato alla Protezione civile) che si sono succeduti nel governo della Regione Abruzzo, non possono ritenersi responsabili per non aver emanato, in tempo utile, i provvedimenti necessari per la formazione” di una Carta delle valanghe “che comprendesse anche l’area territoriale di Farindola/Rigopiano: quindi, deve prendersi atto che, sulla scorta delle priorità indicate dal Comitato tecnico regionale per lo studio della neve e delle valanghe (Coreneva), l’autorità politica aveva proceduto correttamente a valutare, in via preminente, le aree comprese nei bacini sciistici“. Per quanto riguarda l’ex governatore D’Alfonso e Mazzocca, il gip scrive che “anche ipotizzando che gli indagati avessero deciso, già dal primo giorno di attività dirigenziale presso la Regione Abruzzo, di procedere alla formazione di una Carta che comprendesse l’intero territorio, l’iter amministrativo attuativo non poteva essere completato prima dell’anno 2018“, quindi in tempo utile per evitare la tragedia. Il gip conclude che “la condotta dei prevenuti, di conseguenza, non può considerarsi omissiva e collegata al crollo della struttura alberghiera presente in Rigopiano“.

Il 18 gennaio 2017, una valanga travolse il resort provocando la morte di 29 persone. Escono definitivamente dall’inchiesta, tra gli altri, gli ex presidenti della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso, Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi, l’ex sottosegretario alla Giustizia Federica Chiavaroli e la funzionaria della Protezione Civile Tiziana Caputi.

Rigopiano, Feniello: “Solo io a pagare per la vicenda dei fiori, mi sento preso in giro dalla giustizia”

LaPresse/Mario Sabatini

L’inserimento de nominativo dello sfortunato Feniello Stefano nel primo elenco dei superstiti avveniva certamente per un errore nella percezione della situazione di fatto determinatasi nel corso di eventi concitati e drammatici che imponevano agli operatori di agire, con sprezzo del pericolo e abnegazione fino allo stremo, per tentare di salvare gli sventurati rimasti al buio e sotto la neve sdotto le macerie dell’albergo crollato“. È quanto scrive il gip di Pescara, Nicola Colantonio, nell’ordinanza con la quale ha disposto l’archiviazione per 22 indagati nell’inchiesta sul disastro di Rigopiano. “In tale contesto tragico, verosimilmente al fine di dare immediato sollievo ai parenti e conoscenti dei soggetti rimasti sotto le macerie, il prefetto Provolo – si legge nell’ordinanza – decideva di comunicare alla stampa il nominativo dei soggetti che, nonostante fossero ancora sotto le macerie, erano ancora in vita secondo un elenco che gli era stato fornito dal personale di soccorso che stava procedendo allo scavo presso le macerie del resort“. Il gip parla di una “condotta addirittura benefica, in quanto diretta a dare sollievo ai familiari dei superstiti”. E ancora: “l’inclusione del nominativo di Feniello Stefano nell’elenco dei soggetti ancora in vita è frutto di una erronea percezione della situazione”.

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L’unico a pagare, fino a oggi, sono io per aver portato i fiori a Stefano, e sto affrontando un processo per questo“. È lo sfogo di Alessio Feniello, papà di Stefano, una delle 29 vittime dell’Hotel Rigopiano di Farindola (Pescara), travolto e distrutto da una valanga il 18 gennaio 2017, dopo l’archiviazione, da parte del gip di Pescara Nicola Colantonio, di 22 indagati nell’inchiesta madre sul disastro del resort. L’uomo a gennaio scorso era stato condannato a pagare una multa di 4.550 euro per aver violato i sigilli giudiziari con l’intento di portare dei fiori nel luogo in cui era morto il figlio.

Stefano Feniello era al resort con la fidanzata Francesca Bronzi, scampata alla tragedia, per festeggiare il compleanno. Ma il giovane è noto anche per un’altra vicenda. Durante i soccorsi, il suo nome fu inserito dalla Prefettura in un elenco di nomi di cinque superstiti che sarebbero arrivati a breve in ospedale. Per giorni i genitori lo attesero, con la speranza di poterlo riabbracciare ogni volta che un’ambulanza entrava in pronto soccorso. Ma si era trattato solo di un errore: di Stefano, in ospedale, arrivò solo il corpo.

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Sottolineando di essere l’unico a pagare, Alessio Feniello afferma che “chi mi ha detto che mio figlio era vivo, facendomi illudere per quattro giorni che sarebbe tornato a casa no, perché l’ha fatto a fin di bene. Io invece i fiori a mio figlio perché li ho portati? Per fare del male a qualcuno? Ma ce l’avete una coscienza? Sono schifato – afferma – Qualcuno deve spiegarmi come è possibile che a pagare siano sempre e solo i poveracci, mentre chi sta al potere può stare tranquillo, sbagliare, uccidere, e rimanere al proprio posto”. “Alla fine la colpa sarà di chi stava in hotel, di chi lavorava a Rigopiano e di chi ci è andato in vacanza – prosegue amareggiato – Il giudice ha accolto la richiesta di archiviazione nei confronti dei funzionari della Regione e dei personaggi che ci hanno fatto credere che Stefano era vivo, uccidendolo due volte. L’archiviazione è un colpo che fa molto male. Mi sento preso in giro dalla giustizia”. “Ma veramente un giudice può dire una cosa del genere a dei genitori che per quattro giorni hanno creduto che il figlio fosse vivo? – si chiede – Non hanno commesso errore perché erano in buona fede? E noi, allora? Noi non dobbiamo più credere a nessuno, perché se le autorità ci dicono una cosa, dobbiamo pensare che può essere anche il contrario, che può essere un errore in buona fede. Io non credo più a nulla, il processo possono anche non farlo a questo punto, ormai non ha senso credere nella giustizia. Se non fosse per la promessa fatta a Stefano, avrei già abbandonato tutto. Questa è l’Italia”, conclude Feniello, assistito dall’avvocato Camillo Graziano.