Il mistero del Passo Dyatlov, 9 escursionisti morti in circostanze strane: cosa è successo sugli Urali nel 1959? [FOTO]

Il 25 gennaio 1959 un gruppo di giovani escursionisti partì per un viaggio sugli Urali che si trasformò in una tragedia che non ha ancora una spiegazione: i fatti del Passo Dyatlov

  • Credit: Wikimedia
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  • Credit: Dyatlov Pass
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  • Credit: Dyatlov Memorial Foundation
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Uno dei misteri irrisolti più duraturi del XX secolo è quanto successo a 9 escursionisti trovati morti al Passo Dyatlov, negli Urali, in Russia nel 1959. Nonostante sia avvenuto quasi 61 anni fa, le autorità in Russia stanno ancora lavorando alle indagini per riaprire il caso e tentare di risolvere tutti gli interrogativi che non hanno ancora una risposta. Le famiglie delle 9 vittime non hanno mai compreso come siano morti i lori cari.

La strana serie degli eventi è iniziata nell’inverno del 1959, quando un esperto escursionista e Igor Dyatlov, studente universitario di 23 anni, riunirono un gruppo di 10 persone per un’escursione attraverso il tratto settentrionale degli Urali, in quella che era l’Unione Sovietica. Avevano tutti tra i 21 e i 24 anni (solo una persona aveva 35 anni). Ma l’avventura non era quella di un gruppo di giovani spericolati, come potrebbero far pensare le loro età: non avevano portato con loro alcol, né sigarette. Tutti (8 ragazzi e 2 ragazze) erano amanti della natura ed esperti, con certificazioni da escursionista di II grado, e il viaggio da 306km li avrebbe portati allo stadio di III grado, la certificazione più alta possibile nel Paese all’epoca dei fatti. La loro, dunque, non era una vacanza, non erano partiti per divertimento: la loro era una missione. Il 25 gennaio, sono partiti sotto il freddo e la neve. Quasi subito uno di loro, Yuri Yudin, si sentì poco bene fisicamente e fu costretto a tornare a casa. Non avrebbe mai potuto immaginare che quel malessere lo avrebbe salvato da una morte certa.

A questo punto, il gruppo era formato da 9 persone, che continuarono il loro viaggio. Il 31 gennaio, il gruppo raggiunse una tappa intermedia fondamentale, una valle che segnava l’avvicinamento a quello che alla fine sarebbe diventato il Passo Dyatlov (nome scelto in onore del capo della spedizione). Lì nascosero le attrezzature e le scorte di cibo extra di cui avrebbero avuto bisogno al ritorno. La mattina seguente, iniziarono la salita, sperando di superare il passo e poi di accamparsi. Ma una violenta tempesta di neve li spinse fuori dalla rotta stabilita, sulle pendici di una montagna chiamata Kholat Syakhl, che nel linguaggio delle popolazioni indigene del posto significa la “Montagna dei Morti”. La nuova rotta impose la scelta di un nuovo sito in cui accamparsi. Invece di ritirarsi verso un’area più protetta, per qualche ragione optarono per le pendici esposte della montagna. Forse semplicemente non volevano perdere il terreno guadagnato, forse erano troppo infreddoliti e stanchi per tornare indietro. In ogni caso, sistemarono la loro grande tenda condivisa, dove sarebbero stati presto soggetti a temperature di circa -40°C. I diari e le macchine fotografiche trovate al campo hanno permesso di ricostruire quelle ore. Quello che successe nei giorni seguenti sulla Kholat Syakhl, però, risultò difficilissimo da comprendere.

Le ricerche

Il gruppo non riuscì ad arrivare ad un luogo stabilito nei tempi previsti, quindi squadre di ricerca e soccorso, incluse unità dell’esercito, partirono per cercarli. 3 settimane dopo, il 26 febbraio del 1959, i soccorritori trovarono finalmente i resti dell’accampamento, ma le circostanze che si presentarono davanti a loro furono davvero strane.

  • La tenda era semicoperta dalla neve, squarciata dall’interno come nel disperato tentativo di fuggire e senza nessuno intorno (vedi foto della gallery scorrevole in alto, a corredo dell’articolo). Gli effetti personali dei giovani, incluse necessità vitali come le scarpe, furono lasciate lì.
  • Una linea di impronte indicava che le 9 persone si erano allontanate a velocità normale, ma alcune indossavano solo una scarpa o erano totalmente scalze.
  • A circa 530 metri, c’erano le prove di un fuoco, insieme ai resti prevalentemente nudi e senza scarpe di 2 membri del gruppo.
  • Entro poche centinaia di metri, tra il fuoco e la tenda, furono ritrovati altri 3 corpi congelati in posizioni che facevano pensare che stessero cercando di tornare all’accampamento.

Solo il 4 maggio, gli investigatori trovarono le altre vittime, i cui corpi furono rinvenuti a decine di metri dal fuoco, in una gola scavata da un torrente.

L’autopsia mostrò che i primi 6 escursionisti morirono di ipotermia, ma emersero macabri dettagli sugli altri componenti del gruppo:

  • i 3 trovati nella gola avevano accusato una varietà di terribili ferite, come fratture al cranio e al torace. Una delle ragazze è stata ritrovata senza lingua e senza occhi, ma non c’erano segni di lotta, né segni esterni, che sembravano escludere un omicidio. Un patologo concluse che i decessi erano stati causati da una forza equivalente a quella di un incidente d’auto o dell’onda d’urto causata da un’esplosione.
  • Le immagini recuperate dalle macchine fotografiche sulla scena mostravano un gruppo che aveva iniziato con un ottimo umore e che era finito per avere facce cupe e ansiose, forse perché pensavano di essersi persi o forse perché c’era qualche altro pericolo in corso.

Le autorità inizialmente sospettarono che i Mansi, la popolazione locale, avesse attaccato il gruppo per aver invaso la loro terra sacra, ma alla fine, conclusero che non c’era nessun altro sulla montagna quando i giovani morirono. Entro la fine di maggio, l’indagine fu definitivamente conclusa. Le cause della morte furono attribuite ad una “irresistibile forza naturale” e l’area fu chiusa all’accesso pubblico per anni. Le famiglie delle vittime furono molto deluse e insoddisfatte delle vaghe conclusioni del governo e nel vuoto di una reale spiegazione, iniziarono a prendere piede molte strane teorie. Eccone alcune:

  • si verificarono una valanga, venti estremamente forti o l’attacco di un animale.
  • Un possibile litigio amoroso, combinato con una droga psichedelica ottenuta dalle popolazioni locali, causò la strana sequenza di eventi.
  • Profonde vibrazioni da ultrasuoni evocate dai venti provocarono il panico nel gruppo.
  • Poiché i vestiti di alcuni escursionisti furono trovati radioattivi, forse si imbatterono involontariamente in un esperimento di armi militari.
  • I residenti locali dichiararono alle autorità di aver visto oggetti volanti non identificati sull’area la notte degli eventi e per questo, si parlò anche di alieni. Successivamente, fu svelato che la causa di questi avvistamenti erano alcuni test condotti dall’esercito nell’area in cui si verificò la tragedia.

Ora, oltre 60 anni dopo, la Investigative Committee ha ottenuto tutti i documenti rilevanti riguardo i decessi e ha ristretto la lista delle possibili cause a 3 delle ipotesi più probabili, tutte centrate su cause naturali: un uragano, una valanga o una lastra di ghiaccio. Eppure nessuna delle 3 possibilità sembra spiegare perché: gli escursionisti tagliarono la tenda e andarono via senza vestiti; perché non c’erano prove reali di una valanga (in oltre 100 spedizioni successive nell’area, nessuno ha mai riportato una valanga); perché le impronte degli escursionisti erano visibili e non coperte dalla neve (che scarta ulteriormente la teoria della valanga); perché, sebbene la tenda fosse crollata, non c’erano prove di forze orizzontali che avrebbero indicato lo scorrimento di neve e ghiaccio.

Tra le moltissime teorie su questo mistero, anche quella secondo cui i giovani sarebbero morti per un missile partito per sbaglio o per le onde d’urto emesse da un jet che volava basso, che li avrebbe spaventati e fatti uscire dalla tenda. O forse è tutto legato alle armi ultrasoniche, considerato che la tragedia si è verificata nel pieno della Guerra Fredda? Donnie Eichar, autore di “Dead Mountain”, suggerisce che gli infrasuoni causati dai forti venti provocarono un attacco di panico nel gruppo, che li costrinse a correre fuori nella neve. Altre teorie includono anche l’attacco di criminali in fuga.

Sono stati uccisi?

Tutte queste strane circostanze hanno sconcertato a tal punto Teodora Hadjiyska a lanciare Dyatlov Pass, un archivio dei molti documenti e delle immagini legati al caso. Nata in Bulgaria, è una delle poche persone che ha tradotto i file russi in inglese e ha creato un database di tutte le foto, le prove e le teorie, che fanno di lei un’esperta di questa tragedia. Dopo anni a rovistare tra le informazioni, i suoi sospetti si concentrano sull’ipotesi che i giovani siano stati uccisi. Hadjiyska crede che qualcosa abbia allarmato il gruppo, facendolo precipitare fuori dalla tenda. Poi, secondo la sua teoria, sarebbero stati affrontati da persone armate e ci sarebbe stata una breve lotta. “Gli escursionisti furono condotti nella foresta per morire assiderati. Loro non lo sapevano. Credevano che i loro carnefici fossero interessati ai loro effetti personali. Quindi accettarono”, sostiene.

Certi che le vittime sarebbero morte nel freddo estremo, gli assassini tornarono alla tenda. Il gruppo riuscì miracolosamente ad accendere un fuoco, che allertò i loro nemici, che tornarono per farli fuori. 3 degli escursionisti che avevano un abbigliamento più sostanziale si allontanarono dal fuoco nel tentativo di creare un piccolo rifugio nella neve per sopravvivere alla notte. Ma furono presto trovati e uccisi e poi trascinati fino alla gola. “Manca ancora chi e perché, ma questo scenario spiega il misterioso comportamento degli escursionisti. È un omicidio, quindi non deve aver senso. Dai fatti si può dedurre poco con sicurezza, ma almeno non ci sono dubbi che qualcuno li abbia aiutati a morire”, sostiene Hadjiyska.

Questa è solo una delle tante ipotesi per una tragedia che rimane un grande mistero nella storia del XX secolo.