Come gli altri mari italiani, le acque dell’Adriatico sono più calde, più acide e alle prese con il calo della “quasi totalità di specie ittiche di interesse commerciale“, nonostante rimanga ad oggi il mare più pescoso grazie alla presenza di pesce azzurro. È quanto emerge dal progetto di ricerca promosso da Comunità europea, ministero delle Politiche agricole e Regione Emilia-Romagna, nell’ambito di un piano d’azione che riguarda la costa emiliano-romagnola. “Al pari di quanto sta avvenendo su scala globale“, riferisce il Centro di ricerche marine di Cesenatico, anche nell’Adriatico si rileva un “significativo innalzamento dei valori di temperatura delle acque e un abbassamento nei valori di pH“, che dimostra che il mare si sta via via acidificando. Di conseguenza “la quasi totalità delle specie ittiche d’interesse commerciale è in diminuzione”, anche se “nel panorama dei mari italiani l’Adriatico mantiene comunque, grazie al pesce azzurro, il titolo di mare più pescoso“.
Sono inoltre “elevate e redditizie le attività in molluschicoltura”: l’Emilia-Romagna è infatti “il primo produttore di mitili a livello nazionale con 25.000 tonnellate l’anno, secondo per la vongola verace filippina con 15.000 tonnellate l’anno“. Dalla ricerca emerge poi che “nell’intera area del medio e alto Adriatico sono diminuite le condizioni di carenza di ossigeno nelle acque di fondo”, anche se in estate si registrano ancora “periodiche crisi ipossiche” nella parte meridionale del Delta del Po, comunque meno estese che in passato. Inoltre, negli ambiti fluviali, lagunari e marini è stato rilevato un calo di fosforo, che a sua volta ha portato a una diminuzione dei fenomeni di eutrofizzazione. In questo senso è “significativo il raggiungimento di buon stato ecologico nella laguna di Venezia e in altre valli dell’area del Delta del Po“.
Per il futuro nella ricerca sulla costa emiliano-romagnola viene comunque “sottolineata l’importanza di adottare piani di monitoraggio a lungo termine in tutti i settori considerati dal progetto”, tra cui appunto la presenza di sostanze come azoto, fosforo e silicati nei fiumi padani, lo stato ecologico dei corsi d’acqua, delle lagune e del mare, le tendenze dei mutamenti climatici, dei processi di acidificazione e degli stock ittici di interesse commerciale. Sono poi “da attivare forme di censimento e di valutazione su scala regionale” sui prodotti ittici sbarcati, coinvolgendo i mercati e le associazioni dei pescatori. Il progetto, che si concluderà il prossimo 28 febbraio, ha considerato “l’ecosistema padano-adriatico nel suo insieme“, spiega il Centro di ricerche marine di Cesenatico, per capire che impatto hanno avuto le attività umane sul mare Adriatico e le sue risorse.
Per questo sono stati coinvolti ricercatori impegnati nello studio del Bacino padano, della laguna di Venezia e della sacca di Goro. Agli incontri tecnico-scientifici hanno partecipato anche cooperative, pescatori e rappresentanti del settore pesca e acquacoltura. I risultati conclusivi del progetto saranno presentati il prossimo 7 marzo in occasione di ‘Sealogy’, in Fiera a Ferrara.


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