Seguendo giornalmente l’evoluzione dell’epidemia del nuovo coronavirus “ci imbattiamo ancora in commenti da parte di profani, ma anche – ed è decisamente più sorprendente – di addetti ai lavori del tipo: «Molto rumore per nulla. Questo virus ha una letalità che, nella peggiore delle ipotesi, è pari solo al 3%». Affermazioni di questo tipo testimoniano come chi le pronuncia, nella migliore delle ipotesi, non conosce la storia“: lo spiegano Roberto Burioni e Nicasio Mancini in un approfondimento pubblicato su Medical Facts, magazine online di informazione scientifica e debunking delle fake news.
A ribadire quest’ultimo concetto, proseguono gli esperti, “è un commento pubblicato sulla rivista JAMA, fonte autorevolissima che più volte abbiamo citato sul nostro sito, in cui si ribadisce come la gravità dell’infezione non è l’unico parametro da prendere in considerazione quando si studiano e si provano a prevedere gli effetti di un’epidemia. Questo parametro deve essere associato alla facilità di trasmissione dell’agente infettivo nella popolazione umana. Due parametri che, solo se considerati insieme, possono fornire un quadro preciso.”
A conferma di questo, “gli autori citano l’esempio dell’influenza pandemica del 2009: questo virus era responsabile di una forma clinica non particolarmente grave, ma caratterizzata da una trasmissibilità abbastanza elevata. Il cosiddetto tasso netto di riproduzione, ovvero il numero che indica quanti soggetti possono essere infettati da un singolo malato, era inizialmente stato stimato in 1,7. Nonostante la modestissima gravità della patologia causata, però, si stima che nel solo primo anno della pandemia siano morte più di 200 mila persone in tutto il mondo a causa di questo virus.”
Altro caso “è quello della SARS del 2002-2003, prima grave epidemia nella storia dell’uomo causata da un coronavirus. In questo caso ci siamo trovati di fonte a una condizione per certi versi opposta: malattia molto grave (testimoniata dalla mortalità del 10%), e tasso netto di riproduzione elevato, inizialmente stimato fra 2 e 3. In questo caso i morti registrati sono stati “solo” 774 e si è riusciti a contenere abbastanza rapidamente l’infezione. Perché? Perché paradossalmente il fatto di causare una patologia più grave ha impedito al virus di trasmettersi con efficienza. In altre parole, un soggetto con SARS aveva rapidamente sintomi gravi che lo “isolavano” dal resto dei suoi simili per il fatto di stare molto male. L’opposto di quello che, invece, succede per l’influenza in cui la prima fase della malattia, durante la quale il paziente diffonde il virus, è caratterizzata da sintomi inizialmente lievi, che consentono il contatto del paziente con altre persone e, quindi, la trasmissione del virus.”
“Non ha alcun senso commentare alla leggera, come riportavamo all’inizio, i dati ancora molto parziali sulla letalità del nuovo virus. È per questo motivo – spiegano Burioni e Mancini – che bisogna prendere con le pinze le stima del suo tasso di riproduzione che, alla luce di varie evidenze (non ultimo il rapido aumento dei contagi sulla nave da crociera al largo del Giappone), sembra essere elevato. È per questo motivo che è fondamentale conoscere meglio i dettagli sull’andamento delle diverse forme cliniche dell’infezione. È per questo motivo che è fondamentale continuare nell’implementazione delle misure di isolamento, le uniche attualmente in grado di controllare la diffusione del virus. È per questo motivo che il nostro Paese deve seguire la linea che ha finora seguito.”
