Il “paziente 1” dell’epidemia di Coronavirus in Italia è l’ormai noto Mattia di Castiglione d’Adda, un 38enne sportivo e atletico, in piena salute, dirigente dell’Unilever di Casalpusterlengo che da venerdì 21 Febbraio si trova ricoverato al Policlinico San Matteo di Pavia, dov’è stato trasportato dall’Ospedale di Codogno quando quelli che sembravano dei comuni sintomi influenzali hanno iniziato a mostrare serie complicazioni respiratorie. Una storia che innanzitutto, a prescindere dall’epilogo clinico che avrà, ci dimostra che questa nuova malattia non è pericolosa soltanto per le persone anziane e ammalate, ma in alcuni casi può rivelarsi terribile anche per adulti sani, come la coppia di cinesi che è sì guarita allo Spallanzani di Roma ma soltanto dopo un mese di ricovero in terapia intensiva con atroci sofferenze, o i tanti casi accertati e documentati di 30enni, 40enni e 50enni sani che in Cina sono morti per il Coronavirus negli ultimi due mesi. Una piccola percentuale rispetto alla maggioranza, ma comunque non trascurabile.
Torniamo a Mattia: si trova nel reparto di malattie infettive del Policlinico San Matteo di Pavia, struttura diretta dal cosentino Raffaele Bruno. Nello stesso plesso, ogni giorno, medici, tecnici, infermieri, studiosi e ricercatori studiano centinaia di tamponi provenienti da ogni provincia della Lombardia.
Ad oggi, però, Mattia è il paziente più grave di tutti i ricoverati per Coronavirus in Italia: Bruno spiega che è “sedato, incosciente e intubato perchè non è autonomo nella respirazione. Il problema è che è impossibile prevedere il decorso dell’infezione. Altri sono già guariti, lui invece è stabile dal primo istante. L’imprevedibilità purtroppo è il marchio dei virus sconosciuti“.

I medici spiegano che “nella maggioranza dei casi non guariscono solo i contagiati in modo leggero, ma anche quelli più gravi. “Però il coronavirus – spiega Baldanti – è democratico e si muove con le persone. Il suo movimento sulla terra così oggi è rapido e inarrestabile. Il fatto che il primo focolaio europeo sia esploso tra i dieci centri del Lodigiano è casuale, anche se la Lombardia è una delle regioni più densamente popolate e globalizzate del continente. Dare un’identità al “paziente zero” può spiegare una dinamica sociale, ma a noi preme circoscrivere l’epicentro del contagio e comprendere le sue dinamiche“.
Bruno conclude così: “So di non fare un’affermazione scientifica, ma la verità è che per sconfiggere un nemico nuovo e sconosciuto abbiamo bisogno anche di una somma insondabile di coincidenze positive. Detto in due parole, augurate a noi medici e agli scienziati buona fortuna“.