I funerali cinesi in Italia, il coronavirus e le differenze culturali: non avremo mai risposte finché faremo domande da occidentali

Ma che fine fanno i cinesi che muoiono in Italia? I dati sul coronavirus che arrivano dalla Cina sono reali? Potrebbe esserci un'unica risposta per entrambe le domande

Ma che fine fanno i cinesi che muoiono in Italia? Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa domanda da chicchessia? E quante volte ce lo siamo chiesti noi stessi? Mai visto un funerale cinese, raramente un cinese in ospedale. Perché? Nulla di misterioso, la risposta sta semplicemente nella natura di questo popolo. E forse la stessa risposta potrebbe aiutarci a dare una replica ad una domanda ben più grave e attuale: i dati sul coronavirus che arrivano dalla Cina sono reali o falsificati al ribasso? Proviamo a scoprirlo insieme, anche se non è certo cosa semplice.

Partendo dalla prima domanda, ovvero ‘che fine fanno i cinesi che muoiono in Italia’, ci affidiamo a degli appassionati in materia. Sul sito web cinainitalia.com si legge: “La leggenda intorno a questo fenomeno vuole che i cinesi, nel nostro Paese, diventino immortali. Un’altra leggenda narra che il corpo dei defunti venga nascosto e la sua identità trasferita ad un nuovo cittadino cinese in arrivo in Italia. La verità del perché non si vedono funerali cinesi in Italia risiede nel fatto che alla loro morte essi vogliono essere tumulati nella propria terra d’origine. Tale volontà si basa sulla complessità del rito funebre cinese non perfettamente replicabile in terra straniera e sulla forte connessione che questo popolo ha con l’aldilà e con le credenze sulla vita dopo la morte. Solitamente, infatti, gli anziani cinesi rientrano in patria dopo una certa età, ma se la morte giunge d’improvviso il corpo viene sistemato in uno dei cimiteri Italiani oppure, il più delle volte, viene fatto rimpatriare“. E non solo gli anziani: a decidere di tornare in patria spesso sono anche i malati, vecchi o giovani che siano. Morte e malattia sono per i cinesi una sorta di tabù e ne parlano il meno possibile, per evitare di attrarre la sfortuna.

Roberto Burioni
Il virologo Roberto Burioni

E in merito al Coronavirus? «In Cina, specialmente al di fuori dello Hubei, aumentano i guariti da Coronavirus. Spero solo che i dati forniti da Pechino siano reali, e non stiano invece barando». E’ questo il commento del virologo italiano Roberto Burioni in merito agli ultimi numeri ufficiali provenienti dal governo cinese sul contagio del nuovo Coronavirus. Il virologo italiano, insieme al collega Nicaso Mancini, ha analizzato sul sito web Medical Facts i dati più recenti sui pazienti affetti da in tutta la Cina. «Stanno aumentando le segnalazioni di soggetti che hanno superato l’infezione. Che sono guariti, insomma. Nello Hubei, infatti, sono stati registrati 1.854 guarigioni pari a circa il 6% (6,26%) dei casi totali. Nel resto della Cina, invece, sono state segnalate 1.679 guarigioni pari a circa il 16% (15,89%) del totale. In altre parole, nel resto della Cina non solo si muore meno che nello Hubei, ma si guarisce anche di più» – ha spiegato Roberto Burioni – «Gli ultimi dati, se confermati, ci fanno guardare con un minimo di fiducia al futuro. non siamo maghi e non sappiamo come le cose potranno cambiare, per esempio a seguito di una più corretta registrazione dei casi o di eventuali mutazioni che rendano più aggressivo il virus. Questa nostra interpretazione positiva di come sta evolvendo l’epidemia deve, quindi, spingere ancora di più a non abbassare la guardia. La partita è ancora in corso e ce la stiamo giocando alla pari. Non molliamo proprio adesso. Sperando che in Cina non facciano i furbi».

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Coronavirus
Foto Stringer/Getty Images

Il timore è che da parte di Pechino possa esserci stata una manipolazione al ribasso dei numeri reali del contagio. «Nei giorni scorsi autorevoli colleghi, come Pier Luigi Lopalco, hanno detto che dalla Cina arrivavano piccoli segnali che inducono a un flebilissimo ottimismo: il numero dei casi di coronavirus sembrava salire con meno intensità negli ultimi giorni. Purtroppo, però, esiste la possibilità che questo calo derivi da una sconcertante decisione della Cina: considerare casi confermati solo quelli che risultano positivi al test e hanno sintomi. In altre parole, chi ha il test positivo, ma non ha sintomi, non rientra nel conto» – ha spiegato il virologo – «Parliamoci chiaro, contare i casi in questo modo ha un nome ben preciso: barare. Spero che non sia vero e spero che nel malaugurato caso fosse vero l’Organizzazione Mondiale della Sanità non consenta questo comportamento».

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Ora, a prescindere se il governo cinese stia barando o meno, una cosa è certa (e non c’è bisogno di essere degli esperti per capirla): è altamente probabile – se non quasi certo – che il numero di persone infette in Cina, e anche dei morti per Coronavirus, non sia quello ufficiale. Se non altro per la tendenza dei cinesi a mantenere riservato il tema salute. Chi può dirci quanti cinesi abbiano deciso di mettersi in auto quarantena, in Cina, senza avvisare presidi sanitari o medici? La probabilità è alta e il modo per individuarli inesistente: chi si prenderebbe la briga di andare a bussare casa per casa e controllare oltre un miliardo e quattrocento milioni di cinesi? Nessuno, ovvio. Dunque i numeri ufficiali non sono e non saranno mai quelli reali. E noi, con la nostra ostinata occidentalità, dobbiamo rassegnarci e aspettare che il pericolo passi, magari evitando i viaggi in Cina per qualche mese, evitando di distruggere gli ottimi rapporti con un popolo che prende e da’ all’Italia tutto il meglio da sempre.