Atalanta-Valencia ha visto solo un vincitore: il Coronavirus. La cruda testimonianza di chi era presente svela come è iniziata la ‘strage’ in Lombardia

Quel giorno si è innescata la 'bomba letale', quel giorno tutti si abbracciavano e ridevano. Quel giorno è partita l'epidemia di coronavirus che ha piegato la Lombardia

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San Siro. 40.000 persone assistono ad una vittoria che resterà impressa nella mente di molti, in positivo e in negativo. L’Atalanta, nella gara di andata degli Ottavi di Finale di Champions League, batte il Valencia 4-1 qualificandosi ai Quarti. E’ il 19 febbraio e l’emergenza Coronavirus in Italia è già iniziata. Vi abbiamo spiegato ieri come, secondo gli esperti, proprio quella partita viene indicata in quanto momento d’inizio di tutto ciò che da allora è accaduto in provincia di Bergamo (Coronavirus, la scienza spiega il disastro di Bergamo: “tutto è partito dai 40 mila di San Siro per Atalanta-Valencia” [FOTO]). Oggi vi riportiamo la testimonianza diretta di una giornalista, che prova a ripercorrere quelle ore, meravigliose in quel momento, per capire come o quando si è potuta innescare la scintilla che ha portato al disastro di cui oggi conosciamo anche i particolari più tristi e preoccupanti.

Foto di Marco Luzzani / Getty Images

Marina Belotti, su calciomercato.com, parla di quei momenti come di “una grande festa”, alla quale hanno preso parte 45 mila persone. “Il giorno zero, quello che stando all’unità di crisi della Protezione Civile potrebbe corrispondere all’innesco di una bomba letale, tutti si abbracciavano e ridevano, inconsapevoli – scrive Belotti –. Di lì a una settimana quella granata silenziosa sarebbe esplosa tanto a Valencia quanto a Bergamo, mietendo le prime vittime. Eppure non ho mai respirato così tanta vita come in quella sera del 19 febbraio a Milano.  Il Meazza, così maestoso e imponente, quasi scompariva nella bolgia dei 45mila che si erano dati appuntamento al famoso gate 12 come alla Vigilia di Natale. Si scambiavano abbracci a più non posso, pronostici sussurrati all’orecchio per non portare male, i bambini si stringevano ai genitori tanto da calpestarli, perché l’ondata nerazzurra era così potente da rischiare di perdersi tra una bancarella e l’altra. E poi d’improvviso, come un fiume in piena, sono comparsi anche loro: i valenciani”.

Foto di Marco Luzzani / Getty Images

A mancare, ovviamente, era innanzitutto la distanza di un metro gli uni dagli altri. “Ero in buona compagnia di bergamaschi come me, alcuni per la prima volta allo stadio con i mezzi per paura di non trovare parcheggio“. “All’arrivo della seconda metro con la scritta ‘San Siro Ippodromo’ ci siamo accatastati l’uno sull’altro, per arrivare in tempo alle fatidiche ‘due ore prima’ dell’ora zero. Troppo stretti, a ripensarci, troppo vicini, col senno di poi, alla carrozza confinante occupata da centinaia di spagnoli. Tra loro, probabilmente, più di un contagiato da quel Coronavirus che già da sei giorni aveva messo radici nel Sud della Spagna, come evidenziato poi dalle autopsie nella regione valenciana“. “E alcuni, me lo ricordo bene perché mi è rimasto impresso, si passavano lo stesso bicchiere di birra prima di offrirlo a degli ultras bergamaschi di passaggio, brindando alla comune serata da sogno. Ma in comune, settimane più tardi, avrebbero avuto solo un incubo”.

Foto di Marco Luzzani / Getty Images

Ma non sono solo gli assembramenti a risultare pericolosi. La giornalista parla anche della sala riservata alla stampa, descrivendola come “umida e oberata di giornalisti, tutte le postazioni già occupate. Ricordo di aver incrociato al buffet Kike Mateu, il giornalista valenciano risultato poi positivo al Coronavirus. Del resto era inevitabile venire a contatto gli uni con gli altri, tra i bagni, i banchi con i computer e la paella servita in fila. Una settimana più tardi Mateu veniva ricoverato in ospedale. Troppo presto per essersi contagiato a Milano, più probabile – come emerge ora dalle ultime ipotesi della Protezione Civile- che il contagio l’avesse in valigia dall’aeroporto di Valencia. Insieme a tanti altri portatori sani che quella sera, tra strette di mano e abbracci, si salutarono anche finita la gara. Il viaggio di ritorno seduti vicino, l’abbraccio consolatorio e lo scambio di numeri per rivedersi al Mestalla, a due passi da quella trattoria dove fanno la paella più buona di tutte”.

Incredibili, lette ora, queste testimonianze. Quella partita vide una massiccia presenza di forze dell’ordine perché era considerata ad alto rischio. Ma come dice Marina Belotti il rischio non era quello che si pensava: era il coronavirus, infido, silenzioso. Il vero vincitore di quella bella e terribile partita.