Coronavirus, allarme medici di base: “Troppi casi sommersi e persone infette a casa. Già da gennaio sono aumentate le polmoniti”

I casi sommersi sarebbero «Una marea. Stanno male nelle loro case. Con le loro famiglie, che stanno infettando" e i medici non possono visitarli

I casi sommersi di coronavirus sarebbero «Una marea. Stanno male nelle loro case. Con le loro famiglie, che stanno infettando. Il numero vero non lo sapremo mai», secondo un medico di base. «Se i pazienti non arrivano a una crisi respiratoria grave, non entrano ospedale. E così non saranno mai registrati. Ma hanno il coronavirus, questo è certo», conferma un altro medico. Sono entrambi lombardi, milanesi, e insieme ammettono di non avere certezze epidemiologiche, come riferiscono al Corriere della Sera. Non ci sono tamponi che possano confermare la loro teoria, ma «sono certezze che vengono dall’esperienza. Là fuori, in città, esiste un numero enorme di malati di coronavirus che se la “sfangheranno” da soli. Noi li sentiamo al telefono, sono tanti».

E’ un problema, enorme. Perché qui non stiamo parlando di pazienti asintomatici, ma di casi di malati sommersi. Il servizio sanitario è al colmo, non può prendere in carico altri malati che necessitano di terapia intensiva e di altre cure particolari, dunque, secondo le linee guida diffuse ai medici di famiglia, molti malati devono essere tenuti a casa. Come spiega una dottoressa: «Le indicazioni dell’Ats sono chiare. Se avete pazienti con sintomi da Covid-19, trattateli come tali, considerateli “positivi”, monitorateli, stiano isolati come da legge. Ma segnalateli solo se hanno avuto con certezza contatti con un contagiato. Ma molte persone non lo sanno neppure se hanno avuto un contatto “a rischio”, e dunque stanno passando giorni e giorni in casa con la febbre a 39, con il terrore di peggiorare. Questo sento nella loro voce, quando li chiamo ogni mattina, il terrore».

«Può essere anche una scelta corretta, ma noi dovremmo avere la possibilità di andare a visitare questi pazienti per capire davvero quali siano le loro condizioni, e invece non abbiamo sistemi di protezione. Dunque non riusciamo a farlo», precisa Roberto Scarano, medico di base e chirurgo. E la conseguenza è che i malati arrivano in ospedale soltanto quando sono gravi, «in alcuni casi vicini al punto di non ritorno — riflette un altro medico —. A quel punto il sistema si attiva col massimo sforzo, ma ormai può essere troppo tardi». «Ai miei sospetti, ma di fatto sicuri casi Covid-19 – confessa un’altra dottoressa -, se hanno un “saturimetro” in casa chiedo di fare le scale o camminare sei minuti e poi verificare la saturazione dell’ossigeno nel sangue. Se scende, vuol dire che il livello di rischio si sta alzando troppo». E molti di questi sono casi di coronavirus che il sistema non intercetterà mai: «Ho una dozzina di pazienti con sintomi identici, febbre alta e tosse. Cinque di loro prima del decreto di chiusura sono andati in Engadina e lì sono rimasti. Hanno chiesto di fare il tampone, in Svizzera pagando è possibile. Per tutti e cinque, l’esito è stato quel che per me era già scontato: “positivi”».

«I casi che emergono sono la punta dell’iceberg – chiosa il dottor Iven Mursi -. Il tampone ora si fa praticamente solo a chi va in ospedale perché già grave. Ma noi medici di base sentiamo tanti pazienti con sintomi più sfumati, che potrebbero essere malati di Covid-19. I numeri dei malati quindi non sono reali. Senza contare i portatori sani. Già a gennaio avevamo notato uno strano aumento di polmoniti interstiziali, anche a Milano. Noi medici stiamo ancora aspettando una nuova fornitura mascherine e guanti. Mi ha appena chiamato un collega, che ha la polmonite e dovrà stare a casa».

Per il professor Massimo Galli, responsabile Malattie infettive del Sacco è «difficile dire quanti sono i positivi al virus non conteggiati. Se si tiene come riferimento il numero di morti in Lombardia e lo si confronta con quello di altri posti dove sono stati fatti tamponi a tappeto, ci immaginiamo che ci siano tante persone con infezione che non abbiamo registrato e che stanno contribuendo a diffondere il virus. Magari sono già stati malati e guariti. Il punto sarebbe poter ricostruire i contatti degli infetti almeno nelle zone ancora non sconvolte dall’epidemia, per cercare di circoscrivere il contagio. Penso alle altre Regioni, ma anche a Milano, per poter vincere la battaglia in città. Aprire più laboratori e fare più tamponi? Per Milano è un problema che va preso in considerazione».