MeteoWeb»ALTRE SCIENZE»MEDICINA & SALUTE»Coronavirus, in realtà anche Italia e OMS puntano sull’immunità di gregge: “speriamo che il numero degli asintomatici contagiati sia il più alto possibile”
Coronavirus, in realtà anche Italia e OMS puntano sull’immunità di gregge: “speriamo che il numero degli asintomatici contagiati sia il più alto possibile”
Coronavirus, le dichiarazioni degli esperti e il dubbio che sorge spontaneo: in realtà anche l'OMS e l'Italia stanno puntando all'immunità di gregge già annunciata da Gran Bretagna, Israele e Paesi Bassi?
Sono molti i Paesi che hanno apertamente dichiarato di puntare all’immunità di gregge per fronteggiare la pandemia di Coronavirus: tra questi, ci sono alcuni tra gli Stati che hanno sempre fatto di scienza, ricerca e tecnologia un pilastro della loro comunità come Gran Bretagna, Israele e Paesi Bassi. In realtà, però, riteniamo che quella dell’immunità di gregge sia l’unica soluzione scientifica – a medio e lungo termine – per debellare il virus: che ci si arrivi con il vaccino tra molti mesi, o con una forte diffusione dell’epidemia nelle fasce più giovani e sane della popolazione nell’immediato. Fatto sta che le dichiarazioni di Pierluigi Lopalco, professore ordinario di Igiene dell’università di Pisa, responsabile del coordinamento epidemiologico della Regione Puglia, rilasciate stamattina rispondendo a una domanda, durante la trasmissione Agorà, su Rai3, sulla terza giornata consecutiva (ieri) di calo della crescita dei contagi, ci lasciano immaginare come anche l’Italia e l’Oms stiano puntando proprio sull’immunità di gregge (che non significa che nel momento del picco dell’epidemia non si prendano anche altre misure restrittive, come stanno facendo tutti i Paesi del mondo).
“Il picco è arrivato perché, se noi cominciamo a vedere un rallentamento della crescita, significa che siamo nella fase discendente della curva – ha infatti detto Lopalco confermando quanto su MeteoWeb scriviamo da giorni, sul picco epidemico che si è raggiunto nella giornata di Sabato 21 Marzo quando abbiamo avuto 6.553 contagiati giornalieri – E quando saremo arrivati alla fine della curva discendente – ha proseguito l’esperto – si ripartirà, ma bisognerà farlo con molto giudizio e molta cautela. Non ci sarà un giorno in cui si dirà ‘tutti fuori’ questo sarà impossibile perché ‘tutti fuori’ significa riaccendere l’epidemia. Cosa succederà lo dovremo scoprire nei prossimi giorni perché in questo momento è importante capire quale sia stata la circolazione nascosta del virus, cioè quanti soggetti con pochi sintomi o addirittura senza sintomi ci siano stati nelle popolazioni colpite: il 10, il 20, il 30 o il 40%. Perché, a seconda di quanto alta sia questa proporzione, noi potremmo avere una idea del rischio di rimettere in circolazione soggetti suscettibili al virus. Quindi noi speriamo che la quota di persone che si siano infettate senza accorgersene sia la più alta possibile“.
Insomma, la speranza degli esperti è che gli asintomatici che hanno contratto il virus siano il più alto numero possibile della popolazione, perchè questo significa che qualora il virus ricominciasse a circolare, le catene di trasmissione verrebbero bloccate da tutti coloro che hanno già preso il virus e che quindi saranno diventati immuni. La strategia mondiale lanciata dall’Oms, di non effettuare tamponi agli asintomatici, potrebbe nascondere proprio questa strategia: consentire al virus di circolare liberamente nelle persone in cui non provoca sintomi (la stragrande maggioranza di coloro che vengono infettati), affinchè sviluppino naturalmente gli anticorpi che li rende immuni e poi possano bloccarne la diffusione. E il fatto che i contagiati siano molti di più di quelli certificati, non è quindi negativo.
Sempre oggi, il noto immunologo Alberto Mantovani, lo scienziato italiano più citato al mondo, direttore scientifico dell’Istituto Humanitas e professore emerito dell’Humanitas University, definisce “incoraggianti” i dati degli ultimi tre giorni, ma avverte che “si deve continuare così, con le misure draconiane in atto. Tanto al Nord, più colpito finora, quanto al Sud: in un secondo momento potremo ragionare su come mitigare il contenimento, ma non ancora“. Mantovani osserva che “dal punto di vista della ricerca, un fronte da esplorare e’ quello della immunita’ e degli anticorpi: il piu’ grande esperto al mondo di coronavirus, Ralph Baric, anche sulla base dell’esperienza della Sars ritiene che il Sar-CoV-2 lasci una “traccia immunologica” nel nostro organismo almeno per un arco che va da 6 a 12 mesi. E’ dai saggi degli anticorpi – sottolinea lo scienziato – ossia dalla loro misurazione, che si potra’ iniziare a “tracciare” il virus nella popolazione. Dal punto di vista epidemiologico, ma non solo“.
Per quanto riguarda i tamponi, Mantovani sottolinea che “L’analisi di un tampone e’ un procedimento complesso, che richiede circa 4 ore ma fotografa solo un istante, tanto che deve essere ripetuto piu’ di una volta. I falsi negativi sono tanti, questi tipi di test hanno dei limiti. Non a caso si stanno conducendo varie sperimentazioni per trovare nuovi metodi, come quello dell’azienda DiaSorin, che ha sperimentato un test, appena approvato dalla Fda statunitense, che consente di avere il risultato in un’ora. Detto cio’, pur con tutti questi limiti, credo che sia importante garantire agli operatori la possibilita’ di fare i tamponi: sono la nostra prima linea, vanno sostenuti“.
Cosa ne pensa della sperimentazione dell’Avigan? “In questo momento si sta facendo medicina di guerra – risponde l’immunologo – nell’emergenza vengono usati strumenti terapeutici diversi, pur senza avere evidenza chiara del loro funzionamento, con l’obiettivo di aiutare un paziente. Il caso degli antivirali, quale e’ l’Avigan, e’ proprio questo. Non e’ l’unico: ci sono altri due anti-retrovirali, la combinazione anti-Hiv Lopinavir/Ritonavir, che e’ stata utilizzata in Cina per curare il Covid-19. Uno studio appena pubblicato sul New England of Journal of Medicine ha pero’ dimostrato che nei pazienti con uno stadio avanzato della malattia non sono utili“. Infine il vaccino. Quando potremo averlo? “Oggi sono in corso una ventina di studi, tra cui uno a Pomezia, dove gia’ hanno sperimentato con successo il vaccino contro Ebola. In modo realistico, ci vorranno almeno 18 mesi prima di avere un vaccino. Che poi – conclude Mantovani – dovrà essere prodotto non in milioni, ma miliardi di dosi“. Passerà quindi molto tempo. Forse bisognerà aspettare addirittura l’autunno-inverno 2021.