Coronavirus: in Cina il microrganismo sta mutando poco, in Italia “più casi critici”

E' stata condotta un'analisi dei dati provenienti dalla Cina su 104 ceppi del nuovo coronavirus, ed ha rivelato che il microrganismo sta mutando poco

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Nature riporta oggi che è stata condotta un’analisi dei dati provenienti dalla Cina su 104 ceppi del nuovo coronavirus, ed ha rivelato che il microrganismo sta mutando poco.
I campioni sono stati prelevati a pazienti tra dicembre 2019 e metà febbraio 2020 e sono risultati simili al 99,9%, il che significa che il virus non sta mutando in modo significativo.
La maggior parte dei casi di diffusione da persona a persona in Cina si registrano all’interno di ospedali, carceri o nelle famiglie, il che implica che è necessario uno stretto contatto affinché il virus si diffonda. La diffusione aerea non è ritenuta uno dei principali fattori di trasmissione, si spiega nel report.

Più casi critici in Italia che in Cina

Per quanto riguarda i casi critici di infezione da Coronavirus, ovvero le persone che necessitano di terapia intensiva, “in Italia sono 140 (l’8,8%), un dato più alto rispetto al 5% di casi critici riportati dallo studio cinese“. Ma si conferma anche, nel nostro Paese, “la generale benignità del decorso dell’infezione per la maggioranza delle persone, soprattutto quelle giovani” e la necessità “di continuare con le misure di contenimento“: lo afferma Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igm), in una nota di aggiornamento sulla evoluzione del Coronavirus. “Nell’ultimo bollettino dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) del 1 marzo – spiega Maga – si delinea il quadro epidemiologico dell’infezione da SarsCov2, riassumendo: l’incidenza di forme gravi è il 14% e di casi critici il 5%. Questi i dati dello studio epidemiologico cinese su oltre 44000 casi“. Per l’Italia “non sono note però l’incidenza delle polmoniti e la loro gravità, ma sembra che la maggioranza abbia sintomi non preoccupanti. Complessivamente sembra che ci sia un accordo con l’80% di forme lievi/moderate secondo l’Oms (assumendo che la maggioranza dei ricoverati non sia grave)“.
Maga fa quindi tre ipotesi: “I numeri dei casi positivi sono inferiori alla reale diffusione del virus (per cui le percentuali potrebbero essere sovrastimate); in questa seconda ondata il virus circolando ha passato il setaccio della selezione naturale che ha favorito la diffusione di un ceppo più “abile” nel colonizzare il nuovo ospite. Solo l’analisi genetica degli isolati autoctoni presenti adesso in confronto con quelli circolanti all’inizio dell’epidemia potrà dirci se ci sono stati cambiamenti genetici sostanziali. E infine, la differente struttura genetica della popolazione europea rispetto a quella asiatica riflette una diversa risposta al virus. Questa è molto più difficile da verificare e richiederà studi accurati sulla risposta immunitaria“.

In ogni caso, ribadisce Maga, “si confermano due punti importanti: la generale benignità del decorso dell’infezione per la maggioranza delle persone, soprattutto quelle giovani; la necessità di continuare nelle misure di contenimento per abbattere il più possibile il numero dei casi. Se anche il rischio di forme critiche o potenzialmente letali è basso, non possiamo permetterci di non fare tutto il possibile per proteggere chi è a rischio“. “Inoltre la criticità maggiore di questo virus non è la letalità, che rimane sostanzialmente concentrata sulle persone più fragili, ma l’incidenza delle forme che richiedono assistenza ospedaliera. Serviranno ancora almeno due-tre settimane per avere un’idea precisa sull’efficacia delle misure e sull’andamento dell’epidemia. Dobbiamo collaborare tutti, senza panico ingiustificato ma con senso di responsabilità“.