Coronavirus e smart workers: attenzione al lavoro da casa, senza piccoli accorgimenti può diventare deleterio

Vantaggi e svantaggi dello smart working: quando la quarantena ci protegge dal coronavirus ma non dai risvolti psicologici della quotidianità stravolta

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In quest’ultimo periodo, a causa dell’emergenza coronavirus, tutti noi ci siamo ritrovati a dover rivedere le nostre routine.
Per grandi e piccini, costretti a restare in casa per un lungo periodo di tempo e a cambiare anche le nostre modalità di interazione e contatto con il mondo esterno, si stanno rivelando di grande utilità gli strumenti tecnologici che abbiamo quotidianamente a nostra disposizione, ma che utilizziamo principalmente nel tempo libero e per attività di intrattenimento. Grazie a questi strumenti molti di noi stanno avendo la possibilità di proseguire il proprio lavoro da casa. Infatti, nelle ultime settimane, il numero degli smart workers è aumentato in maniera esponenziale e anche la didattica si sta svolgendo a distanza .

In letteratura, oltre a smart working, esistono diversi termini per indicare il lavoro che viene svolto fuori dalle mura aziendali, come remote working (Hardill, Green 2003), teleworking (Baruch 2001), e altri, i cui significati finiscono spesso per sovrapporsi. In ottica manageriale, con questo termine si intende restituire ai dipendenti autonomia e flessibilità nella scelta di orari, spazi e strumenti, in cambio di una maggiore responsabilizzazione sui risultati e maggiore produttività.
Il primo Paese ad introdurre una legislazione specifica a tal riguardo è stata la Gran Bretagna, nel 2014: la “FlexibleWorkingRegulation”. Ma anche in Cina e in Brasile è già stato adottato con successo.

La Commissione Europea (2010) indica come lavoratori “mobili” coloro che svolgono il proprio operato fuori dalle mura aziendali per più di 10 ore settimanali. La vera regolamentazione del lavoro agile in Italia, è avvenuta con l’entrata in vigore, nel giugno 2017, della legge 81/2017, il Jobs Act sul lavoro autonomo, recentemente modificata dal decreto attuativo del 23 febbraio 2020 n. 6 che lo rende quindi applicabile da subito, anche senza un accordo preventivo con i dipendenti.

Quali sono i vantaggi dello smart working?

In primis, in questo momento di emergenza, è un’ottima arma per arginare il contagio da coronavirus, consentendo così a molti dipendenti di poter rimanere e svolgere il proprio lavoro a casa. In linea generale, il lavoro agile presenta molti lati positivi sia per dipendenti che per aziende. I dipendenti sono agevolati dalla flessibilità oraria ed hanno maggiore possibilità di gestire il proprio tempo, riuscendo a conciliare attività lavorativa e vita privata. Inoltre, grazie alla riduzione dei tempi e modalità di spostamento per raggiungere l’ufficio, si ottiene un risparmio anche sul carburante o abbonamenti per i mezzi pubblici. Per quanto riguarda le aziende, si ottiene una riduzione dei costi sia per quanto riguarda lo spazio fisico, della postazione lavorativa che per quanto concerne energia elettrica e riscaldamento, ed un maggior rendimento lavorativo; infatti stando ai dati, la maggior parte dei dipendenti si sente soddisfatto di questa modalità di lavoro e lo svolge in modo più proficuo. Tuttavia, a questo proposito, occorre fare delle distinzioni per età e sesso: sono maggiormente favorevoli gli uomini più maturi, con maggiore esperienza in quel determinato contesto lavorativo; contrariamente a quanto avviene per le donne e i giovani, specialmente se sono alla prima esperienza lavorativa in quella azienda. Nel 2019 il 76% degli smart worker si è ritenuto soddisfatto del proprio lavoro, invece la percentuale di soddisfacimento dei lavoratori in azienda era del 55% .

Un ulteriore vantaggio, questione non trascurabile considerando i notevoli livelli di inquinamento globale, è riscontrato nei confronti dell’ambiente. Infatti,?una giornata di smart working alla settimana, per ogni lavoratore, consente di risparmiare annualmente 135 kg di Co2 a testa.

Tuttavia sono state rilevate anche delle criticità, non trascurabili, ma alle quali è possibile trovare una soluzione.

  • Innanzitutto, lo stato di isolamento vissuto dallo smart worker, specialmente da chi non ha scelto volontariamente questa modalità, che implica interazioni più indirette con gli altri componenti e mediate dai dispositivi digitali. Alcuni potrebbero sentirsi messi da parte ed esclusi, o addirittura sperimentare mancanza di supporto sociale, non potendo approfittare delle occasioni di incontro faccia a faccia, specialmente quelle più informali (come durante la pausa caffè), che consentono di approfondire la conoscenza di colleghi e superiori, lo sviluppo di emozioni, senso di appartenenza, valori e relazioni.
  • In secondo luogo, il fenomeno dell’overworking, letteralmente “superlavoro”. Uno studio dell’università di Cardiff, rende noto che il 39% degli impiegati intervistati, dedica più tempo al lavoro quando si trova fuori delle mura aziendali, e il 73% dichiara che si impegna di più quando è a casa. Tutto ciò è dovuto all’assenza di una linea di demarcazione tra lavoro e vita privata, un forte senso di appartenenza aziendale, una grande ambizione e dedizione, volendo dimostrare il proprio impegno e senso di responsabilità ai colleghi in ufficio. A sperimentare questa sensazione di overworking in questo ultimo periodo, sono specialmente le mamme smart workers che, oltre agli impegni lavorativi, devono occuparsi del ménage familiare, dividendosi tra faccende domestiche, preparazione pasti, compiti e piattaforme per la didattica a distanza; il tutto senza trascurare la componente affettiva e di intrattenimento dei figli: insomma una vera sfida!
    Utile, in tal senso, sarebbe ricordarsi di fare delle pause, prefissandosi degli orari, per non cadere in una malsana concezione del lavoro che potrebbe nuocere sia alla salute che alle relazioni e alla produttività; e predisporre l’angolo lavorativo in uno spazio separato dal resto della casa per evitare distrazioni e il mescolamento tra vita privata e lavorativa.
  • Un’altra delle difficoltà riscontrate di solito, riguarda l’aspetto della comunicazione. Per comunicazione si intende il trasferimento di un’informazione, una sensazione, un’emozione da un individuo a un altro. Ma la comunicazione è costituita, oltre che dal contenuto, anche dalla componente non verbale, importante tanto quanto la prima.
    Dunque, a distanza viene a mancare una parte importante della comunicazione: costituita dall’insieme dei segnali extralinguistici (mimici, cinesici, tattili, ecc.) che contribuiscono a dare significato alle relazioni umane.
    A tal fine potrebbe tornare utile usufruire delle risorse digitali, come la videochiamata, servizi di videoconferenza, Skype, eccetera, che consentono di trasmettere anche gesti, tono ed espressioni facciali, in modo da evitare equivoci e fraintendimenti, facendo sentire lo smart worker maggiormente coinvolto nelle attività dell’azienda.

Dunque lo smart working è un’ottima opportunità per tutti i lavoratori, ma adattarsi a questo cambiamento richiede un notevole sforzo cognitivo, sia per il lavoratore che deve conoscerne gli aspetti positivi e quelli negativi, in modo da adeguare questa flessibilità alle proprie esigenze, e trovare il giusto equilibrio tra attività lavorativa, benessere e salute psicofisica; sia per il datore di lavoro che deve dare più fiducia ai propri dipendenti, non potendoli “controllare” costantemente e di persona.
Dott.ssa Caterina Imerti – psicologa

BIBLIOGRAFIA E FONTI:

  • https://psicologiaapezzi.com/smart-working-nuovi-stili-di-vita
  • https://www.spremutedigitali.com/rischi-smart-working-problemi-soluzioni/
  • R. Albano, T. Parisi, L. Tirabeni (2019) Gli smartworkers tra solitudine e collaborazione. Cambio Vol.9, n. 17: 61-73. doi: 10.13128/cambio-24960