Il coronavirus attanaglia il Nord Italia e il Sud prova a difendersi chiudendosi a riccio. Più o meno. La Basilicata mette in quarantena tutti coloro che arrivano dalla zona rossa. Un sindaco calabrese chiede addirittura l’arresto per chi arriva dal Nord e non avverte le autorità. Da più regioni del meridione politici e cittadini chiedono a chi decide di tornare a trovare parenti e amici di ripensarci, o quanto meno di sottoporsi a controlli. Controlli che, come si è visto, non sempre sono semplici e non sempre vengono condotti come occorrerebbe. In ogni caso il punto è un altro: possiamo condannare chi teme che l’epidemia si diffonda anche al Sud? No, ovviamente. E non possiamo perché i fatti sono chiari: il Coronavirus, da troppi sbandierato come una ‘semplice’ influenza, è in realtà molto di più: nonostante il basso tasso di mortalità, ha una capacità di diffondersi impressionante, tanto da essere riuscito a stupire anche gli esperti, e inoltre le complicanze a cui può portare sono serie e potenzialmente pericolose.
In quest’ottica avevamo già provato a spiegare i motivi di questa apparente psicosi (Il Coronavirus ripopola il Sud: tornano tutti senza controlli, solo la Basilicata li mette in quarantena. E intanto l’Austria chiude i confini), ma che in realtà è assolutamente giustificata: se il Sud Italia, con la sanità che si ritrova, dovesse far fronte a centinaia di infetti in ogni regione ce la farebbe? La risposta è già nella domanda, perché conosciamo i nostri polli, come si suol dire. Abbiamo medici esperti, ma carenza di personale, di strutture e infrastrutture, di mezzi diagnostici efficaci e presenti in ogni nosocomio, di posti letto e di farmaci. Non è una descrizione catastrofista, questa, è la pura e semplice realtà dei fatti ed era tale molto prima che arrivasse il Coronavirus. In regioni dove già si fa fatica a far fronte alle normali esigenze dei pazienti, figuriamoci cosa potrebbe succedere in casi di emergenza.
Ma ora, per comprendere le ragioni di chi dal Sud teme un’epidemia con gli stessi numeri del Nord, ipotizziamo uno scenario al contrario. Pensiamo per un attimo cosa sarebbe successo se il primo focolaio di Coronavirus in Italia fosse scoppiato in meridione. Ipotizziamo che al posto di Casalpusterlengo ci fosse stata Torre del Greco, o Foggia, o Catanzaro. Da quel primo focolaio, esattamente come accaduto in Lombardia, ne sarebbero partiti altri, portandosi dietro un lungo strascico ci persone infette, alcune senza sintomi altre con complicazioni che avrebbero richiesto la terapia intensiva, o peggio. Ebbene cosa avrebbero fatto le regioni del Nord? Sarebbero state a guardare, piangendo per tutti quei meridionali che si erano beccati il Coronavirus? Avrebbero dimostrato la loro apprensione e la vicinanza? Noi scommettiamo di no. E scommettiamo di no perché, ancora una volta, conosciamo i nostri polli. Tutti gli emigrati al Nord avrebbero fatto a gara per scendere al paesello in occasione del Carnevale o della Pasqua? Chiaro che no. Anzi, avrebbero cercato di dilatare il più possibile i tempi. “Scendiamo ad agosto. Se tutto va bene“.
Ma non finisce qui, perché essendo note le reazioni di molti connazionali particolarmente legati alle tradizioni padane, sarebbero partire le ronde e avremmo visto gruppi di difensori nordisti schierati nelle strade al confine dell’appennino tosco/emiliano, pronti ad arginare ogni tentativo di afflusso dal barbaro Sud. Oppure, per essere più moderni e socio-culinari, avrebbero fatto partire una contraerea con ordigni caricati al gorgonzola per impedire agli aerei proveniente dal Sud, carichi di gentaglia che voleva a tutti i costi andare a lavorare nella fertile val Padana, di atterrare negli a Malpensa e compagnia bella. Avremmo visto biondi e alti esponenti della razza ariana, impedire a siciliani con baffi e berretto di mettere piede in territorio nordico. Insomma, si sarebbero dati alla pazza gioia, perché i meridionali infetti non li vuole nessuno ovviamente. I milanesi e i veneti infetti, invece, sono tutt’altra cosa. Già, perché loro lavorano, studiano e a differenza dei ‘sudici’ sudisti il virus se lo sono presi perché si danno da fare, mica perché non si lavano.
Quello che sarebbe accaduto è che i governanti del Nord, avallati dal Governo, avrebbero chiuso tutto. Embargo. Fuori i meridionali, o qualcosa di simile. E’ molto probabile, ironia a parte, che in una simile eventualità chi arrivava dal Sud nella migliore delle ipotesi sarebbe stato messo in quarantena forzata, nella peggiore non sarebbe nemmeno stato fatto scendere dall’autobus, o dall’aereo. Perché al Nord la classe dirigente in grado di prendere decisioni simili c’è, ed è appoggiata dal Governo. Al Sud no. Al Sud, a furia di tirare ognuno l’acqua al proprio mulino, il bene comune diventa secondario rispetto all’individualismo che regna sovrano. I pochi amministratori meridionali che ci hanno provato sono stati ‘messi in croce’. Eppure avevano ragione: il Coronavirus è arrivato in Campania, Puglia, Calabria, Sicilia perché la gente non ha capito che siamo in emergenza e sarebbe opportuno non muoversi, non spostarsi da una regione all’altra, non prendere mezzi pubblici.
In Cina, dopo l’arrivo del virus, si è fermato tutto, tanto che i satelliti hanno appurato che lo smog si è nettamente ridotto. Solo così si è riusciti a dare un freno al numero dei contagi che i primi giorni si moltiplicavano a dismisura. Ma la Cina è la Cina e noi siamo l’Italia. Noi siamo quelli che stanno infettando mezzo mondo perché non sappiamo gestire emergenze simili e ce ne andiamo a spasso senza alcuna regola. Noi siamo quelli che dal Nord critichiamo il Sud solo perché tenta in maniera labile e innocente di arginare la diffusione del virus, ma ci permettiamo di dire, come ha fatto tale Niccolò Fraschini, consigliere comunale di Pavia, che “Noi lombardi veniamo schifati da gente che periodicamente vive in mezzo all’immondizia (napoletani et similia), da gente che non ha il bidet (francesi) e da gente la cui capitale (Bucarest) ha le fogne popolate da bambini abbandonati: da queste persone non accettiamo lezioni di igiene, alla fine di tutto questo i ruoli torneranno a invertirsi”. Siamo italiani, insomma, e siamo a qui a dividerci in fazioni avversarie piuttosto che fare fronte comune. Il virus dilaga, ma non quello del Coronavirus: quello della discriminazione verso altri italiani.