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Coronavirus, l’allarme dalla Corea del Sud: si è riattivato in 160 guariti, non tutti i pazienti potrebbero sviluppare gli anticorpi
L'ipotesi dei ricercatori è che il virus si sia "riattivato" nei pazienti, il che significa che il virus è rimasto per un po' inattivo e poi è rispuntato
La Corea del Sud è stato uno dei primi Paesi ad essere colpito dall’epidemia di coronavirus, considerata anche la vicinanza alla Cina. È diventata un modello nel contrasto all’epidemia, basandosi su una combinazione di trasparenza, utilizzo delle nuove tecnologie e test a tappeto per evitare il contagio. Il tutto senza limitare i movimenti dei suoi cittadini ne’ chiudere le frontiere. Una volta appiattita la curva di nuovi casi, sta adesso allentando le misure di distanziamento sociale. Ma è emerso un nuovo problema: in Corea del Sud, uno studio ha rivelato che alcuni pazienti, guariti dal coronavirus, sono dopo un po’ tornati positivi.
L’ipotesi dei ricercatori, che stanno lavorando direttamente con il governo per capire come il virus si muova nella popolazione, e’ che il virus si sia “riattivato” nei pazienti, il che significa che il virus e’ rimasto per un po’ inattivo e poi e’ rispuntato. Lo studio ha esaminato oltre 160 sudcoreani tornati positivi una seconda volta al coronavirus: molti si erano offerti volontari a un riesame perche’ avevano avvertito sintomi quali la tosse; altri, nonostante non mostrassero sintomi, si erano sottoposti a test aggiuntivi perche’ qualcosa evidentemente li insospettiva. Il dato rassicurante e’ che, almeno finora, questi pazienti -che erano tutti risultati per due volte negativi prima di essere dati per guariti- non hanno contagiato altri, assicurano le autorita’ locali. La ricerca, non ancora conclusa, necessitera’ almeno di un altro mese prima di essere definitiva, scrive il Wall Street Journal.
La notizia che forse il virus va e viene (come l’herpes) aumenta ovviamente anche la pressione su coloro che si ammalano, perche’ vorrebbe dire che l’infezione dura molto piu’ a lungo di quanto inizialmente pensato. Le autorita’ sanitarie sudcoreane escludono che possa essersi trattato di test fallaci (i produttori di kit locali sostengono che i loro esami abbiano un’accuratezza del 95%). In realta’ anche Cina, Giappone e India hanno riportato diversi casi di persone guarite e poi tornate positive. E l’Oms ha riconosciuto nei giorni scorsi che non tutti i pazienti guariti sembrano aver sviluppato gli anticorpi per evitare un secondo contagio. I casi si sono verificati in media 13 giorni e mezzo dopo la dimissione dei pazienti e questo fa escludere la possibilita’ che essi abbiano incrociato la malattia una seconda volta.
Adesso i ricercatori sudcoreani stanno cercando di capire se davvero i pazienti si siano ammalati dello stesso virus e soprattutto se non abbiano contagiato altre persone. Il primo caso e’ stata una donna di 73 anni dimessa il 22 febbraio: 5 giorni dopo ha chiamato i medici sostenendo che non stava bene. La donna era rimasta a casa da sola: due membri della sua famiglia erano stati ricoverati ma senza aver avuto contatti con lei. L’anziana e’ stata ricoverata di nuovo, perche’ risulta positiva, il 28 febbraio: trattandosi di una persona d’eta’ avanzata e dunque con il sistema immunitario indebolito, i medici hanno pensato che il secondo risultato positivo fosse dovuto al fatto che non avesse sviluppato abbastanza anticorpi. A quel punto Daegu, la citta’ che e’ stata il focolaio sudcoreano piu’ importante di Covid-19, ha cominciato a monitorare i pazienti dopo le dimissioni dell’ospedale: tra i 67 risultati positivi per la seconda volta, 17 erano sintomatici. La scorsa settimana le autorita’ hanno ricontattato quasi 5000 pazienti guariti per capire se avessero ancora sintomi: 316 hanno denunciato tosse o febbre leggera e, tra costoro, solo 12 sono risultati positivi di nuovo. “In base al nostro monitoraggio riteniamo molto probabile che una particella dormiente del virus si sia riattivata”, ha ammesso Min Pok-Kee, il medico che guida il team di esperti a Daegu. “E’ chiaro che non comprendiamo totalmente cosa significhi avere l’immunita’ contro questo virus”, ha ammesso Keiji Fukuda, un ex funzionario dell’Oms, che ha lavorato a lungo sull’H1N1 e sull’influenza aviaria.