Coronavirus, dati e approfondimenti statistici

Le considerazioni sono state dettate dalla constatazione di una enorme irregolarità e diversità dei dati sulla diffusione e espansione del Coronavirus, sulla sua letalità, mortalità nonché sul riscontro dei positivi, tra nazioni e nazioni e, come nel caso Italia, anche tra regione e regione. C’è dove il tasso di letalità e mortalità è nell’ordine di qualche unità percentuale, mortalità anche dello 0 virgola, e dove queste percentuali sono a doppia cifra, come il 18% di letalità in Italia.  Differenze spropositate che obbligano a trovare dei perché e probabilmente anche a cercare di inquadrare in maniera più realistica, su basi statistiche, la vera portata dell’evento pandemico che, certamente, è una triste realtà che sta riguardando e soprattutto preoccupando  il nostro paese e il mondo intero e non va sottovalutata. Tuttavia, una lettura più realistica può anche alleviare un po’ la preoccupazione in riferimento al virus, specie di tanti italiani particolarmente provati dall’evento.

Intanto va detto, su dati Istat, che in Italia muoiono, ogni anno, 650.000 persone circa, media sulla base dell’ultimo triennio..

Di queste, circa 230.000, (il 35% circa) muoiono per malattie di tipo cardio-circolatorio-ischemico;

180.000, (il 28% circa) muoiono per malattie tumorali;

circa 53.000 muoiono ogni anno per malattie respiratorie, in percentuale dell’8% circa rispetto alle morti complessive e, naturalmente, prevalentemente per polmoniti.

Il rimanente 29% per altre cause, le più diverse.

Il dato dei 53.000 morti annui per cause legate a problemi di respirazione, è un dato particolarmente importante in riferimento alla valutazione della pandemia da covid-19. In riferimento a questo dato va detto anche che il 90% delle morti accorre in 7 mesi tra autunno, inverno e primavera, ossia da ottobre a aprile. Quindi 48.000 morti per malattie respiratorie avvengono mediamente in questa fascia temporale.

Questo il dato statistico su riscontri reali.

Al di là di tutto il casino che si sta facendo in Italia con i dati degli effettivi positivi, le percentuali di letalità (morti in rapporto con i positivi), di mortalità ( morti in rapporto con la popolazione intera), ovviamente, l’unico dato che dirà la verità, sarà il rapportare le effettive morti di quest’anno con il dato medio delle morti degli ultimi 3 anni. Solo così si capirà l’effettiva incidenza in termini di mortalità di questo virus.

Il dato ufficiale a oggi è di 17.669 morti attribuite più o meno realisticamente al covid-19, se non altro perché esso è stato riscontrato essere presente in questi morti, su 139.000 positivi. Questo il dato ufficiale a oggi. Il rilievo più importante da fare rispetto a queste cifre è che è oramai assodato, anche con minimi calcoli statistici, che il numero dei positivi non è di 139.000 su 807.000 tamponi, essendo questi tamponi riferiti solo ai sintomatici che sostanzialmente ne hanno fatto richiesta, agli ospedalizzati per urgenze respiratorie o a persone ritenute in dubbio contagio. E’ più che assodato che vi siano tanti, tantissimi, poco sintomatici che non hanno fatto e che non fanno richiesta del tampone o a cui non viene sottoposto per sintomi lievi e altrettanti ancora, enormemente di più, di asintomatici. Se volessimo stare alle proporzioni del dato e se si facessero 60.000.000 di tamponi, cioè su tutti gli italiani, i positivi risulterebbero sui 10/11 milioni circa. Ma volendo filtrare ancora, sarebbe più che verosimile la metà di questa cifra. Insomma, una stima media sull’intera nostra popolazione, 60.000.000 di abitanti circa, come quella conseguente a una indagine DOXA fatta alla fine di Marzo, sarebbe per circa 5.000.000 di positivi su scala nazionale. Ai fini delle nostre considerazioni, si vuole andare ancora più stretti e considerare quasi la metà di questa stima, 3.000.000 di positivi. Rispetto a questa cifra si vuole, altresì, anche raddoppiare i morti stimati in 35.000, anziché 17.669, considerando che il numero dei positivi sia enormemente amplificato.  In più si vuole anche allargare il periodo preso in considerazione di potenziale azione del virus, verosimilmente con inizio dal 1 gennaio, se non già da dicembre, anziché dal 21 febbraio. Considerate tutte queste amplificazioni, verosimilmente più realistiche dei dati ufficiali riportati a oggi, e questo a detta dei più importanti istituti di statistica mondiali, staremmo ancora pienamente nella media di mortalità che normalmente accade ogni anno per malattie respiratorie, ossia 53.000, nella misura di 48.000 da ottobre ad aprile. E’ vero che altre morti ci saranno certamente nei prossimi mesi, ne mancano altri 6 per chiudere il cerchio a ottobre 2020,  ma è anche vero che da 35.000 ad arrivare a 53.000 di media ci vogliono altre 18.000 morti circa certificate per malattie respiratorie e che il picco dovrebbe essere superato entro fine aprile. Non sembra, alla luce delle nostre considerazioni, a oggi, che stiamo affrontando cifre di morti esagerate, rispetto al dato medio. Ma naturalmente aspettiamo i confronti con i dati generali di medio periodo e poi anche quelli annuali.

C’è un solo dato che sta preoccupando e sono le morti 3, 4 volte superiori alla norma in area padana lombarda e ancor più bergamasca.  C’è talmente tanta sproporzione in quest’area, in riferimento al numero di positivi e soprattutto alla letalità, che essa deve indurre per forza di cose a considerare motivazioni del tutto peculiari di quell’area, alla base di queste cifre esagerate.

Sulla base di tutti i dati assunti ecco le possibili ragioni.

Una prima ragione andrebbe rinvenuta nel fitto rapporto di affari e commerciale che molti imprenditori di quest’area hanno avuto in maniera specifica con l’area di Wuhan e per tanto tempo, prima che si manifestassero i primi casi certificati di coronavirus in Italia. Inoltre, molte aree turistiche invernali, alpine e sub-alpine lombardo-venete, hanno avuto attività viva proprio nei mesi critici del contagio e con ospiti spesso asiatici. Il virus si è abbondantemente diffuso approfittando del via vai di queste persone e, complice anche la non tempestiva chiusura dei canali comunicativi con l’area cinese, ha agito sotto traccia probabilmente per molti giorni andando a costituire una cospicua carica virale nella popolazione padana e lombardo-veneta-emiliana.  Andrebbe poi da sottolineare una concausa non indifferente, responsabile della possibile ulteriore espansione del virus, ossia i particolati inquinanti presenti su quest’area in misura spropositata e a maggior ragione in quest’ inverno 2019/2020. La stagione appena trascorsa, infatti, è stata particolarmente anticiclonica, con alte pressioni pressanti, come poche volte si son viste, e tali da favorire un deposito di particolati nei bassi strati, soprattutto poi nella conca padana con poco movimento di aria, come raramente negli anni precedenti. In diverse fasi sono stati registrati accumuli di particolato PM10 e soprattutto di PM 2,5, ancora più nocivo e infiltrante del primo, tre o anche quattro volte superiori al tasso massimo consentito. E’ piuttosto verosimile che questo concentrato enorme di particelle sospese in atmosfera abbia costituito un vettore per il virus diffondendolo oltremodo. Ma soprattutto, andrebbe sottolineata e non affatto trascurata, la potenzialità nociva del particolato stesso, soprattutto nella fattispecie PM2,5 che già, da solo, sarebbe certamente responsabile di tante infezioni polmonari e anche serie precedenti il covid-19, l’arrivo del quale avrebbe complicato ulteriormente patologie pregresse, rendendole spesso fatali.  Questi, i possibili fattori di una concentrazione fuori misura dei contagi e delle morti sull’area padana, lombarda, veneta ed emiliana.