Disagi, ritardi, problemi a partire, problemi a sbarcare: da giorni i pendolari dello Stretto di Messina stanno vivendo un incubo. Si tratta per lo più operatori sanitari e di appartenenti alle forze dell’ordine e forze armate: carabinieri, poliziotti, militari dell’Esercito, infermieri. Ma anche persone che viaggiano perché necessitano di cure mediche. Si tratta, in sostanza, degli utenti che più frequentemente si spostano con i traghetti da Calabria a Sicilia e viceversa. Dopo le restrizioni decise dal comune di Messina e dalla regione Sicilia, che prevedono una drastica riduzione del numero delle corse e controlli serrati, questi pendolari sono costretti tutti i giorni a file lunghissima, ad arrivare in ritardo a lavoro e a rientrare poi a casa ad orari improponibili.
Una vergogna e uno smacco, causate dall’inefficienza di un sistema che ha messo in ginocchio chi, nonostante il lockdown, deve alzarsi presto al mattino per andare a guadagnarsi il proprio stipendio (sulla cui entità ed equità si potrebbe scrivere un trattato), mettendo in pericolo se stessi e le proprie famiglie. Perché se il problema fossero solo le attese e i ritardi ci si potrebbe anche passare sopra, visto il momento emergenziali, ma il pericolo vero è dato dagli assembramenti causati da questi lunghe code. Il rischio di infettarsi è altissimo, nonostante le protezioni che quasi tutti indossano.
Un rischio annunciato: ridurre il numero di corse delle navi non poteva fare altro che creare maggiori assembramenti. Con tutte le conseguenze e i danni che ne possono derivare. Ma tant’è: quello di trasformare i servitori dello Stato in carne da macello è un vizio vecchio come il mondo, che chi detiene il potere mette in campo proprio nei momenti più drammatici, cercando di coprire le vergogna dietro ad una coltre di populismo.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?