Gli Pfas, composti chimici usati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua diversi tipi di materiali come tessuti, tappeti, rivestimenti, sono altamente persistenti nell’ambiente e “ormai sappiamo che possono danneggiare la fertilità, favorire gli aborti, indebolire le ossa e insidiare la salute del cuore. Ecco perché è necessario individuare strategie di intervento per tutelare i pazienti: la priorità è limitare i danni provocati da queste sostanze”.
Lo sostiene l’endocrinologo dell’Università di Padova Carlo Foresta, nel corso di un seminario online dal titolo ‘Esposizione a Pfas e manifestazioni cliniche: quali evidenze scientifiche e ruolo del medico del territorio’. Il gruppo di Foresta, in collaborazione con l’Università di Padova, l’Ordine dei medici di Vicenza e la Fondazione Foresta, propone delle indicazioni destinate alle aree inquinate da Pfas, come accade in alcune aree del Veneto.

“E’ decisivo che i medici di base possano intervenire subito con esami e approfondimenti specifici in alcuni ambiti ben definiti”, raccomanda Foresta. “Serve, ad esempio, una precoce analisi del potenziale di fertilità nei giovani e del rischio di tumore al testicolo. Ma anche una possibilità di intervento farmacologico con progesterone nelle donne che presentano abortività e un’individuazione precoce di ipovitaminosi D con attenta integrazione sostitutiva. Infine, è decisiva la valutazione del rischio trombo-embolico e delle patologie associate per una precoce prevenzione mediante aspirina”, sintetizza l’esperto.
Recentemente è stato dimostrato che gli PFAS, agendo come interferenti endocrini, bloccano l’azione del principale ormone sessuale maschile, il testosterone. Queste interferenze potrebbero avere un ruolo nella ridotta fertilità. Ecco dunque che il suggerimento ai medici del territorio è quello di prestare una particolare attenzione per l’individuazione precoce di queste problematiche.
E ancora: diversi studi segnalano una riduzione della massa ossea in donne e uomini esposti a PFAS, anche giovanissimi. Una ricerca di Foresta e del collega Andrea Di Nisio ha dimostrato che queste sostanze interferiscono sul recettore per la vitamina D, riducendone l’attività e favorendo così lo sviluppo di osteoporosi. I ricercatori propongono quindi ai medici del territorio di individuare precocemente, attraverso il dosaggio della vitamina D circolante, situazioni di ipovitaminosi D nella popolazione esposta, ricorrendo in caso di bisogno all’integrazione farmacologica con vitamina D. Infine di recente il gruppo di Foresta, in collaborazione con Paolo Simioni, ha evidenziato il ruolo degli PFAS nell’attivare le piastrine, rendendole più suscettibili alla coagulazione, e predisponendo così ad un aumento del rischio cardiovascolare.
“Sembra che l’inquinante agisca modificando la struttura della membrana cellulare delle piastrine”, spiega Luca De Toni dell’Università di Padova. Le ultime ricerche dimostrano che questo fenomeno può essere contrastato dall’aspirina, farmaco già utilizzato in alcune condizioni di alterata aggregazione piastrinica. E Pietro Minuz, ordinario dell’Università di Verona, sottolinea che in vitro questo farmaco si è dimostrato in grado di ridurre l’attività protrombotica degli PFAS.
