Tsunami in Italia: pericolo più alto in Puglia, Calabria e Sicilia orientale ma la popolazione ha una bassa percezione del rischio

“Nonostante l’alto pericolo lungo le coste italiane, la consapevolezza degli tsunami è debole in Italia": i risultati di uno studio sulla percezione del rischio tsunami

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All’1:43 del 21 maggio, nel Mar Ionio, al largo della Grecia, si è verificato un terremoto di magnitudo 5.5 che è stato nettamente avvertito anche in diverse zone del Sud Italia, tanto da far scattare l’allerta tsunami. Contrariamente al pensiero comune, gli tsunami sono possibili anche sulle coste italiane, come dimostrato da diversi eventi storici, eppure per molte persone si tratta di una possibilità remota. Gli esperti dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) hanno condotto uno studio¹ per comprendere la percezione del rischio tsunami al Sud Italia, in particolare nelle regioni di Puglia e Calabria.

Il Centro di Allerta Tsunami dell’INGV ha supportato un sondaggio condotto con intervista telefonica assistita al computer per analizzare la percezione del rischio tsunami in regioni pilota del Sud Italia. Il sondaggio è stato condotto su un campione stratificato di 1.021 intervistati che rappresentano circa i 3,2 milioni di persone che vivono in 183 comuni costieri delle due regioni, Calabria e Sicilia”, scrivono gli esperti nel loro studio.

Quasi tutti i Paesi che circondano il Mediterraneo hanno affrontato gli effetti di tsunami storici, con oltre 200 eventi documentati per l’area, ad iniziare dal 1630 a.C. (eruzione del vulcano di Santorini). La maggior parte degli tsunami nell’area sono stati generati da terremoti (83%). Dal 1700 d.C., le fonti storiche forniscono evidenze di una media di 20 eventi ogni 50 anni, ossia un evento ogni 2,5 anni (inclusi i piccoli tsunami). Oltre ai grandi tsunami storici, come quello di Creta del 365 d.C., nel XX secolo nel Mediterraneo si sono verificati almeno 2 eventi importanti: lo tsunami del 1908 al Sud Italia (che colpì Messina, Reggio Calabria e le coste circostanti) a causa di un terremoto di magnitudo 7 nello Stretto di Messina, con un run-up di 13m a Pellaro, e lo tsunami del 1956 in Grecia, a causa di un terremoto di magnitudo 7.7 che si è verificato vicino all’isola Amorgo delle Cicladi e ha colpito le coste di Amorgo, Astypalaia e Policandro con valori di run-up di 20, 10 e 14m rispettivamente. Più recentemente, nel 2003 uno tsunami relativamente piccolo causato da un terremoto di magnitudo 6.9 a Boumerdès (Algeria) ha colpito le coste del Mediterraneo occidentale, provocando danni alle proprietà in almeno 8 porti delle Baleari. Infine, due piccoli tsunami si sono verificati nel Mar Egeo nel 2017 (a causa di terremoti di magnitudo di 6.4 e 6.6 vicino alle isole di Lesbo e Kos), insieme al più recente che si è verificato nel Mar Ionio (Zante) nell’ottobre 2018 (magnitudo 6.8). Altre fonti potenziali di tsunami nel Mediterraneo sono i vulcani, come quelli attualmente attivi nel Tirreno”. Sono stati trovati“3 grandi depositi da tsunami innescati da frane che si sono verificate presso lo Stromboli tra il XIV e XVI secolo”, scrivono gli esperti.

Immagine di repertorio

“In Italia, è evidente che le aree più pericolose sono quelle esposte ai terremoti sia locali che distanti. In particolare, la regione più attiva nel Mediterraneo è l’arco ellenico, dove in passato si sono verificati forti terremoti tsunamigenici. Di conseguenza, le aree costiere di Puglia, Calabria e Sicilia orientale che si affacciano sullo Ionio, hanno il pericolo più alto in Italia. Tuttavia, un pericolo sostanziale esiste per molte altre aree costiere di tutta Italia, come il Mar Ligure, l’Adriatico e il Tirreno, a causa di sorgenti di terremoti sia locali che distanti”. “Nonostante l’alto pericolo lungo le coste italiane, la consapevolezza degli tsunami è debole in Italia, principalmente a causa del lungo tempo intercorso dall’evento mortale più recente del 1908. Durante questo evento, lo tsunami ha notevolmente aumentato il bilancio, già pesante, delle vittime del terremoto. A causa della mancanza di conoscenza sugli tsunami, molte persone che scappavano dal terremoto e dagli edifici a Messina e altre città si sono dirette verso il mare”, spiegano gli esperti INGV.

Lo studio evidenzia come le “coste del Mediterraneo siano tra le aree più densamente popolate al mondo, con circa 130 milioni di persone che vivono lungo 46.000km di costa. Secondo l’ISTAT, nelle 15 regioni costiere italiane, ci sono 644 comuni costieri, che rappresentano l’80% del numero totale di comuni in Italia. Questi comuni coprono un’area del 14,3% dell’area dell’intero Paese, ospitando una popolazione pari al 28,4% dell’intera popolazione italiana. Inoltre, le aree costiere hanno la maggiore densità di popolazione, con 400 abitanti per chilometro quadrato rispetto ai 168 per le aree interne”. Tutti questi dati evidenziano l’importanza di efficaci misure di mitigazione del rischio tsunami.

tsunami indonesiaI risultati del sondaggio mostrano che il rischio tsunami è generalmente sottovalutato, nonostante l’alto pericolo per le regioni analizzate. Il livello di rischio sembra abbastanza basso per l’intero campione e sembra essere influenzato dal livello di istruzione e dal genere, ma anche dalla possibilità di accesso a fonti di informazione affidabili. Un interessante risultato che emerge da questo studio è che gli abitanti di Calabria e Puglia hanno un livello molto diverso della percezione del rischio tsunami, sebbene il pericolo valutato dai dati scientifici mostri livelli simili di probabilità di occorrenza nelle due regioni. Oltre il 60% dei calabresi considera che uno tsunami nella regione sia abbastanza probabile, contro solo il 30% dei pugliesi. Interpretiamo questa differenza come dovuta alla minore frequenza di osservazioni di tsunami in Puglia rispetto alla Calabria e al maggior tempo intercorso tra l’evento più recente nella prima regione. Questo risultato conferma la necessità di aumentare la consapevolezza nelle aree in cui il ricordo degli eventi è andato perso e la percezione del rischio meno pronunciata”, sottolineano gli esperti nel loro studio.

Inoltre, scopriamo che è più probabile che i residenti dell’area costiera della Calabria tirrenica considerino gli tsunami come minacce reali e imminenti. I modelli mentali degli tsunami sembrano essere fortemente influenzati dalle immagini mediatiche dei devastanti tsunami di Sumatra (2004) e Giappone (2011), poiché la copertura dei notiziari televisivi e dei documentari di questi eventi è la prima fonte di informazione in termini di importanza per la maggior parte degli intervistati. I nostri risultati sottolineano che questo evento è concepito in maniera differente quando si utilizza la parola straniera “tsunami” rispetto alla parola italiana “maremoto”. Sebbene i due termini siano equivalenti per gli scienziati italiani, secondo la percezione delle persone, le due parole si riferiscono a due eventi diversi, con alcune caratteristiche in comune. I nostri risultati mostrano anche che le persone sembrano essere consapevoli del fatto che i terremoti sono la causa più frequente degli tsunami. Inoltre, tendono a sovrastimare i vulcani come possibile causa degli tsunami, mentre sottovalutano altre cause, come le frane. In generale, gli intervistati sembrano ignorare totalmente i possibili impatti dei piccoli tsunami, si legge nello studio.

Questa ricerca è la prima di questo tipo condotta in Italia. In linea generale, lo sviluppo di sistemi di allerta tsunami dovrebbe concentrarsi non solo sulla gestione dell’evento in corso attraverso la comunicazione in caso di crisi, ma dovrebbe anche migliorare la consapevolezza e la preparazione degli individui e delle comunità. Questo implica una migliore comprensione dei target, dei messaggi e dei canali da disporre sia per informare le persone del pericolo rappresentato dagli tsunami che per definire in maniera efficace una strategia di allerta per rendere le persone consapevoli di cosa sta succedendo e cosa dovrebbero fare nel caso di un evento”, concludono i ricercatori.

¹“Tsunami risk perception in southern Italy: first evidence from a sample survey”, di Andrea Cerase, Massimo Crescimbene, Federica La Longa e Alessandro Amato.