“Vari fattori ambientali influenzano lo scoppio e la diffusione di epidemie o persino pandemie che, a loro volta, possono causare risposte nell’ambiente. La malattia del nuovo coronavirus (COVID-19) è stata dichiarata pandemia il 13 marzo 2020 e la sua rapida comparsa, la sua estensione spaziale e le sue complesse conseguenze la rendono un disastro globale epocale. La maggior parte dei Paesi ha reagito attraverso misure di distanziamento sociale e ha drasticamente ridotto l’economia e altre attività. Di conseguenza, entro la fine di aprile 2020, la pandemia di COVID-19 ha portato numerosi impatti ambientali, sia positivi come una migliore qualità dell’aria e dell’acqua nelle aree urbane, che negativi come l’inquinamento costiero a causa dello smaltimento dei consumabili sanitari”. Scrivono così ricercatori di Italia, Romania, Austria e Stati Uniti in uno studio, pubblicato di recente su MDPI, che analizza gli impatti della pandemia di COVID-19 sull’ambiente.
“La maggior parte degli aspetti dell’impatto ambientale della pandemia non è derivata direttamente dal virus stesso. La conseguenza di limitare bruscamente o chiudere i settori economici, come l’industria pesante, i trasporti o le strutture ricettive, ha influenzato l’ambiente in maniera diretta. Inoltre, l’impatto della pandemia sui sistemi socio-ecologici può essere altamente variabile, da cambiamenti radicali nello stile di vita individuale, nella società e negli affari internazionali, fino a facilitare semplicemente un cambiamento più rapido che sarebbe emerso normalmente”, si legge nello studio.
Qualità dell’aria e clima locale
I satelliti hanno mostrato le evidenze degli effetti benefici della pandemia sulla qualità dell’aria, per esempio una significativa riduzione del diossido di azoto (NO2) sulla Cina nordorientale o dei livelli di aerosol nell’India settentrionale. “A Milano, le concentrazioni medie di NO2 per il periodo 16-22 marzo sono state inferiori del 21% rispetto alla stessa settimana del 2019. A Bergamo, le concentrazioni medie di NO2 nel 2020 sono state inferiori del 43% rispetto al 2019 per la stessa settimana e simili riduzioni delle concentrazioni medie di NO2 sono state osservate in altre grandi città (Barcellona 55%, Madrid 41%, Lisbona 51%)”, riportano gli autori.
Sistemi acquatici e risorse idriche

“A causa del minore traffico di barche e delle minori attività turistiche, le acque di Venezia si sono ripulite durante il lockdown della città a marzo e aprile 2020. Lo smaltimento dei consumabili sanitari, come i DPI, stanno già creando preoccupazione sull’impatto della pandemia sui corpi idrici. Fino a maggio 2020, molti rapporti hanno indicato danni significativi all’ambiente acquatico, soprattutto lungo le coste (per esempio, ad Hong Kong e in Canada) a causa dello smaltimento sanitario che deriva dalle attività mediche o dalla protezione personale. La crisi di COVID-19 ha mostrato e probabilmente mostrerà impatti più a lungo termine sull’utilizzo e sulla gestione delle risorse idriche. Gli effetti economici della pandemia, i cambiamenti nei budget nazionali e nelle priorità di finanziamento possono portare ad una mancanza di finanziamenti per le infrastrutture idriche e i servizi idrici”, sottolineano gli esperti.
Monitoraggio ambientale e servizi climatici
“Tuttavia, l’eccezionale rallentamento delle attività sociali iniziato a marzo ha generato l’opportunità di catturare informazioni ambientali di un nuovo evento. Per esempio, il “rumore” associato alle attività umane che influisce negativamente sulle registrazioni sismografiche è calato bruscamente nel mondo, migliorando la capacità di rilevare le onde sismiche e le posizioni delle scosse di terremoto”, si legge nello studio.
Impatti sul clima attuale e sui cambiamenti climatici
“Gli effetti climatici sul coronavirus sono attualmente difficili da valutare, considerato che questa pandemia è ancora in corso”. Gli autori fanno riferimento alle ricerche secondo cui esiste un clima specifico in cui il coronavirus si diffonde al meglio e al fatto che i loro risultati abbiano “portato a ipotesi iniziali sulle condizioni di trasmissione di SARS-CoV-2 sotto differenti combinazioni di parametri atmosferici”. “Gli effetti diretti sui cambiamenti climatici potrebbero derivare principalmente dal rallentamento globale delle attività produttive e dei trasporti. In questa fase, gli effetti generali non sono facilmente determinati ma, per esempio, le emissioni in Cina, il Paese con il periodo di chiusure più lungo, sono calate del 25%, che corrisponde ad un calo di circa 200 milioni di tonnellate di CO2 nel solo mese di febbraio. Tuttavia, la possibile riduzione nelle emissioni globali di CO2 probabilmente è di circa il 5%. Lo Scripps Research Institute suggerisce una possibile tendenza nelle emissioni che mostra un immediato calo seguito da un recupero alla ripresa delle attività”, scrivono gli autori.
“La pandemia di COVID-19 fornisce una chiara dimostrazione del fatto che la salute umana e la salute del pianeta sono profondamente interconnesse ed è stato chiaramente sottolineato il ruolo degli approcci multidisciplinari nella ricerca di soluzioni. Il disastro ha raggiunto la scala planetaria in soli 2 mesi (da febbraio a marzo 2020). Nonostante altri 6 scoppi di pandemie si siano verificati durante il XXI secolo, l’umanità non era ancora preparata ad affrontare un evento globale”, conclude lo studio.