Il Coronavirus in Lombardia e il colera del 1973 a Napoli: se il Sud è discriminato due volte

L'Italia starebbe infierendo su una Lombardia già piegata dal Coronavirus solo per il gusto di sminuire, 'bullizzare' e discriminare i migliori, ma migliori in cosa?

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Secondo una parte di cittadini italiani, lombardi soprattutto, il resto d’Italia starebbe infierendo su una Lombardia già piegata dal Coronavirus solo per il gusto di sminuire, ‘bullizzare’ e discriminare i migliori. Ma, verrebbe da chiedersi, migliori in cosa? Nella sanità, forse. Nell’economia, probabile. Ma quella sanità, proprio nel fronteggiare il Covid-19, si è dimostrata non così perfetta come si pensava e quell’economia, con lo smog e l’inquinamento che si porta dietro, si è dimostrata essere una delle cause accessorie alla diffusione del virus nella regione, più che in qualunque altra d’Italia. Perché la sanità lombarda, checché se ne dica, ha fallito. E aveva fallito già a gennaio quando non ha riconosciuto, in quell’aumento di polmoniti atipiche e in quella anomala affluenza negli ospedali e negli ambulatori di pazienti con sintomi riconducibili all’apparato respiratorio, proprio il virus che ormai da tempo aveva messo in ginocchio la Cina e che, si sapeva, era solo questione di tempo perché arrivasse anche in Occidente.

coronavirus bergamo salme esercitoMa andiamo con ordine, perché a fronte di questi grandi fallimenti di una regione e di una classe dirigente eccessivamente sicuri di sé stessi, vi sono stati cittadini che si sono ammalati, molti dei quali sono morti – oltre sedicimila persone – e altri hanno subito lutti. E questo è il vero dramma, sul quale nessuno sta giocando o recriminando: l’Italia intera è stata solidale e si è sentita un tutt’uno con i fratelli lombardi in sofferenza. E’ ovvio, però, che dato l’alto indice di infetti in quella regione, le altri regioni vogliano tutelarsi, chiedendo una maggiore chiusura della Lombardia e maggiori controlli. Come dar loro torto? Il virus è invisibile e può trasmettersi da un individuo all’altro tramite il semplice contatto, o per via aerea. E troppo poco per giustificare la chiusura apparentemente discriminatoria di una sola regione? Se questo è poco, o se è discriminatorio, allora tornare al 1973 gioverà sicuramente alla memoria di molti per far comprendere cosa sia realmente la discriminazione.

Nel 1973 il Sud Italia fu attraversato dal colera. Il primo focolaio era comparso a Napoli, dove in verità i numeri furono decisamente irrisori rispetto a quelli del Coronavirus, anche perché di colera ci si infetta attraverso le feci, e dunque è molto più difficile che infettarsi per via aerea o per contatto. L’epidemia causò in tutto 24 morti e si registrarono 277 persone infette, tra Napoli, Caserta, Bari, Taranto, Foggia, Lecce, Brindisi, Cagliari, ma con casi sporadici anche a Roma, Pescara, Firenze, Bologna e Milano.

Quante volte durante questa epidemia di Coronavirus ci si è chiesti: se tutto questo fosse accaduto al Sud e non in Lombardia, cosa sarebbe successo? Quali misure sarebbero state prese? La risposta la si ritrova proprio in quel 1973 e in tutti gli anni successivi. Le restrizioni non furono applicate a tutta Italia, come è accaduto nei mesi scorsi, ma solo in quelle regioni che si erano beccate il colera perché ‘sporche’ e incivili. Scuole chiuse, vaccinazioni obbligatorie per gli studenti meridionali che rientravano nelle ambite università del Nord, alberghi che si svuotavano se tra gli ospiti vi erano ‘terroni’, squadre di calcio che preferivano perdere a tavolino piuttosto che giocare contro il Napoli, accuse di mancanza di pulizia e di igiene. Accuse, queste ultime, anche piuttosto ignorantelle, visto che il colera non dipende da un basso livello di igiene personale, anzi. In quel caso l’epidemia era stata causata da una partita di cozze proveniente dal Nord Africa, contaminata dal Vibrione del colera, biotipo El Tor.

Volete sapere cosa accade per quanto riguarda l’informazione? Numerosi inviati di testate giornalistiche del Nord scesero tra i ‘sudici’ colpiti dal colera, soprattutto a Napoli e a Bari, e si diedero alla pazza gioia scrivendo e diffondendo così tante fake news e luoghi comuni da rasentare il ridicolo. Il calcio continuò in tutta Italia, ma la squadra del Napoli venne spesso fatta sentire ‘indesiderata’ dagli altri team. E non solo: il binomio Napoli-colera, purtroppo, è rimasto ancora oggi in molti ignobili striscioni che periodicamente compaiono nei campi di calcio e anche in qualche titolo di giornale di cattivo gusto.

Insomma, Napoli e buona parte del Sud furono inondati da insulti e da vera e propria discriminazione. Questa sì, che è discriminazione. Perché il colera non si trasmette con una stretta di mano, eppure i meridionali venivano tenuti a distanza come degli appestati, e limitazioni e chiusure si limitarono solo alle regioni del Sud, visto che quelle del Nord erano state colpite solo marginalmente. Proprio come è successo con il Covid-19, ma al contrario. Oggi la Calabria, per fare un esempio, deve sottostare alle medesime regole della Lombardia, sebbene sia stata tra le regioni meno colpite dalla pandemia. E non solo: se qualcuno osa dire che le limitazioni dovrebbero essere meno forti al Sud, i lombardi insorgono parlando di discriminazione, quando invece si tratta di semplice buon senso.

Le conseguenze economiche di quel colera Napoli se le portò dietro per anni e ne subisce conseguenze ancora oggi, senza avere nessuna colpa. Le conseguenze economiche del Coronavirus in Lombardia, diffusosi per l’inefficienza e per la troppa sicurezza in sé stessi di coloro che erano preposti a vigilare, invece, se le porterà dietro tutta l’Italia per parecchio tempo, perché anche nel momento in cui in molte regioni meridionali non c’erano casi, ci si ostinava a far rispettare a tutti le stesse regole di chiusura. Il Sud non discrimina. Il Sud, come sempre, è discriminato e a piangere miseria sono gli altri.