Coronavirus, Mattia Maestri racconta: “Ho scoperto di essere il paziente 1 dallo smartphone, nessuno sapeva dirmi nulla”

Mattia Maestri: "Sono stato ricoverato per polmonite. Solo quando mi sono svegliato mi hanno raccontato cosa c'era in giro"

Ho scoperto di essere il paziente 1 solo una volta che ho preso in mano il mio smartphone. E’ lì che ho capito cosa fosse successo e cosa stesse ancora accadendo. Fino ad allora sapevo solo che ero stato ricoverato per una polmonite. Era ciò che mi avevano detto. Ma confesso che non mi pesa essere chiamato paziente 1. Sono il paziente che è stato certificato per primo. Non penso proprio di essere il paziente numero 1“: lo ha raccontato Mattia Maestri, “paziente 1” di Codogno, a Sky TG24, in un’intervista che andrà in onda domani alle 14:30.
Sono stato ricoverato per polmonite. Solo quando mi sono svegliato mi hanno raccontato cosa c’era in giro, cosa stava succedendo e neppure nel dettaglio. Solo dopo ho capito la gravità di quello che stava succedendo intorno a me. Mi sento fortunato. Ho pensato molto dove possa aver preso il virus ma non ho la benché minima idea di questo dove possa essere accaduto. Sia io che mia moglie nelle nostre ricostruzioni non siamo venuti a capo di un possibile punto di inizio. E non c’entra nulla neppure il mio amico tornato dalla Cina“.

Penso che sia stato più di un film quello che è successo. La mia malattia, la mia guarigione, il fatto che sia mia madre che mio padre che Valentina si siano ammalati, mia madre e Valentina sono guarite, mio papà non ce l’ha fatta. E poi la nascita di Giulia, tutto concentrato in un mese e mezzo scarso, è una cosa da film, forse anche di più di un film“.
Però il lieto fine con la nascita di Giulia c’è. E tutto il resto l’ho voluto mettere in secondo piano. Di mio padre non mi hanno detto nulla subito. L’ho saputo mezza giornata prima che se ne andasse. Mio padre è stato ricoverato anche lui in terapia intensiva a Varese e, solo dopo aver avuto il telefono, parlando con mia madre, ho saputo che era grave. Dopo mezza giornata, il 19 marzo, nel giorno della festa del papà, lui se n’è andato“.

Una domenica sera mi sentivo un po’ debole e avevo la febbre un po’ alta. Pian piano è aumentata e allora sono andato al pronto soccorso. Le analisi hanno detto che era una lieve polmonite e mi è stato suggerito di curarla a casa, in quanto nei soggetti giovani è una pratica che viene svolta così. Al mio ritorno a casa con antibiotico, però la febbre è aumentata e mi sono ripresentato al pronto soccorso. Da lì in poi la febbre è cresciuta ancora fino a quando sono stato portato in terapia Intensiva. Ma fino a quel momento nessuno sapeva dirmi nulla. Se penso oggi a un episodio capitato durante il mio secondo ricovero sorrido. Chiedo ad un operatore sanitario se potesse essere un caso di coronavirus e in dialetto mi risponde ‘il coronavirus Cudogn ‘ Ensa’ nianche addu sta’ che significa ‘il coronavirus non sa neanche dove sia di casa Codogno‘ e invece siamo stati l’inizio di tutto“.