Era il 7 luglio 1647 quando scoppiò la rivolta di Napoli, capeggiata da Tommaso Aniello, detto Masaniello. Pescivendolo amalfitano, Masaniello guidò una rivolta popolare contro lo strapotere spagnolo nel vice-reame di Napoli. Inizialmente la rivolta sembrava un successo, ma poi venne assassinato dopo qualche giorno, dai membri della componente più moderata e borghese della sommossa.
Il popolo napoletano aveva voglia di rivalsa e si ribellò contro il sistema fiscale introdotto dalla monarchia spagnola, un sistema di tasse iniquo, che vessava il popolo caricando sulle fasce più deboli il peso di guerre sempre più lunghe e costose. Nei dieci giorni di luglio che videro la città partenopea messa a ferro e a fuoco dai rivoltosi e dal popolo, il giovane e scaltro pescivendolo assunse il ruolo di capo militare per il coordinamento delle azioni in città. Ma la frangia borghese e moderata della rivolta osteggiava il ruolo di capo di Masaniello, e gli contrappose il giurista Giulio Genoino.
Il 16 luglio 1647 Masaniello, che inebriato dal potere iniziò ad ordinare esecuzioni arbitrarie, cadde vittima di un attentato. Anche a causa della sua tragica e cruenta fine, il mito di Masaniello si diffonde subito in Europa e anche nei secoli successivi incarnerà l’archetipo delle rivolte popolari.
La rivoluzione non finì però con la sua morte: il 22 agosto, di fronte alla minaccia del viceré di far bombardare Napoli, una folta schiera di ribelli si avviò verso Sant’Elmo per attaccare la fortezza. Andrea Polito, uno dei capi, aveva fatto scavare un profondo cunicolo sotto le mura orientali, minandole, ma l’attacco non fu portato a termine e si preferì siglare un accordo con il viceré. I capitolati di pace furono firmati il successivo 7 settembre nella cappella di Santa Barbara di Castelnuovo. Ma non era finita perché gli spagnoli miravano a guadagnare solo il tempo necessario per l’arrivo della flotta. Il 10 ottobre 1647 la città venne bombardata dai forti intorno ad essa ed anche dalle navi spagnole, agli ordini di don Giovanni d’Austria. Andrea Polito venne impiccato ed il suo corpo appeso ad uno dei finestroni di Castel Sant’Elmo.
I rivoltosi non si arresero e sgorgò ancora tanto sangue per le vie di Napoli finché non venne inviata una flotta francese. Il nuovo stato assunse diversi nomi ufficiali: “Serenissima Repubblica di questo regno di Napoli”, “Reale Repubblica” e “Serenissima Monarchia repubblicana di Napoli”. Gli Spagnoli, sostenuti dal clero e dall’aristocrazia, usavano una tattica attendista di logoramento e il 5 aprile 1648 sconfissero il duca di Guisa. Napoli venne dunque di nuovo occupata. Enrico II venne inviato in carcere a Madrid ed i capi ribelli giustiziati. Il 6 aprile 1648 arrivò la pace, ma il popolo napoletano era logoro e sfinito.


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