Dopo mesi di lockdown, i Paesi del mondo hanno iniziato a ripartire. A metà luglio, le vittime nel mondo sfiorano quota 600.000 ma questa potrebbe essere solo una goccia nel mare rispetto alle ripercussioni umanitarie. “Abbiamo visto 400.000 persone morire di COVID-19”, aveva affermato a giugno David Beasley, direttore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. “Potremmo vedere morire 300.000 persone al giorno, per diversi mesi, se non la gestiamo bene”.
Beasley, che stava parlando ad un panel con altri leader dell’ONU all’UN Global Compact Leaders Summit, ha spiegato che la situazione era già grave prima della pandemia. “Prima che il COVID esplodesse sulla scena, avevo già detto che il 2020 sarebbe stato il peggior anno per la crisi umanitaria dalla II Guerra Mondiale”, ha affermato. Si stima che 9 milioni di persone muoiano di fame ogni anno, più del bilancio delle vittime di AIDS, malaria e tubercolosi messe insieme. Ma la pandemia potrebbe rendere la situazione ancora più grave, poiché l’interruzione delle catene di approvvigionamento ha lasciato in difficoltà il Programma Alimentare Mondiale e altre agenzie delle Nazioni Unite. “L’industria delle compagnie aeree commerciali si è quasi fermata”, dice Beasley, rendendo difficile portare forniture ed esperti là dove sono necessari.

Senza questo supporto continuo, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche, secondo Beasley. “Ci sarà destabilizzazione, migrazioni di massa, guerre su guerre, conflitti su conflitti. Posso dirvi che costerà mille volte di più”, afferma.
