“Il nostro corpo reagisce agli agenti patogeni sviluppando cellule che producono anticorpi specifici a ritmo prodigioso, così che il nostro sangue diventa in grado di neutralizzarli. In seguito, fra queste cellule alcune si trasformano in cellule della memoria immune di tipo B, così che, se incontreremo di nuovo il patogeno, avremo già pronto un piccolo battaglione specializzato, capace di riconoscere quel determinato patogeno e scatenare da subito una risposta specifica“: lo ha spiegato Enrico Bucci, professore di Biologia dei sistemi alla Temple University di Philadelphia, rispondendo – in un’intervista a Repubblica – alla domanda se il Coronavirus si prenda una volta sola e poi si è immuni.
“Sappiamo che esiste una risposta anticorpale e spesso è diretta a neutralizzare proprio la proteina spike del virus, quella su cui si sta lavorando per produrre vaccini. Sappiamo anche che la risposta è precoce e diffusa, almeno nei pazienti ospedalizzati, e si osserva che quasi tutti i pazienti tendono a sviluppare una risposta anticorpale neutralizzante, rivolta in buona parte contro la proteina spike del virus“. “Ci sono dati meno solidi riguardo a quanto duri questa risposta anticorpale, perché gli studi su periodi di tempo sufficiente sono appena cominciati. In un gruppo di 65 pazienti, seguiti per 94 giorni a partire dal primo sintomo si è osservato che in tutti i casi la quantità di anticorpi neutralizzanti raggiungeva un picco, e poi cominciava a declinare. Complessivamente, sembra emergere un quadro simile a quello di altri coronavirus, come quelli del raffreddore: una iniziale, vigorosa risposta anticorpale, con il declino della quantità di anticorpi nei mesi successivi all’esposizione“.
Per capire se ci si potrebbe ammalare di nuovo “saranno fondamentali studi e dati per accertare se, a fronte del declino degli anticorpi circolanti si mantenga o meno la memoria immunitaria necessaria a montare una rapida risposta anticorpale contro il virus. Su questo punto attendiamo con ansia i dati di uno dei migliori laboratori al mondo nel settore, quello del prof. Andrea Cossarizza“.
“Si pensa che circa l’80% dei contagiati sia asintomatico o sviluppi sintomi lievi, contro un 20% in cui la malattia si manifesta in maniera più seria. Sulla trasmissibilità del virus nella fase asintomatica o presintomatica non si sa quasi nulla, ma si ipotizza dipenda sia dalla carica virale, che può essere notevole anche in pazienti presintomatici, sia dalla fisiologia respiratoria di ciascun individuo, perché alcuni emettono più particelle di altri. Ci sono poi variabili importanti, come le attività individuali: un contagiato che canta in un coro potrà infettare con maggiore probabilità di uno dedito a sport all’aperto“.
L’esperto ricorda quindi le precauzioni: “Mascherina al chiuso, mantenere la distanza minima, lavarsi spesso le mani ed evitare il più possibile assembramenti al chiuso, come cene con molti partecipanti o eventi sociali affollati“.
Coronavirus e immunità: il biologo Bucci fa il punto su cosa sappiamo finora, dalla risposta degli anticorpi alla durata
Coronavirus e immunità: Enrico Bucci, professore di Biologia dei sistemi alla Temple University di Philadelphia, fa il punto su cosa sappiamo finora